martedì 8 luglio 2008

Patagonia

Quello che mi ha colpito maggiormente non sono stati gli animali, le foche, i pinguini o i leoni di mare, ma i paesaggi. Nella zona di Trelew, che tra l’altro è una parola gallese che vuol dire “villaggio di Lewis”, che si trova nella Patagonia argentina settentrionale, si visitano due aree principali: Punta Tomba e la penisola di Valdés. Ripeto, non sono gli animali che mi hanno colpito maggiormente, ma la distesa desolata che si estende per centinaia di chilometri, sempre uguale, monotona, con qualche hacienda circondata da alberi e gauchos a cavallo. Spazio, spazio e ancora spazio, fino a raggiungere la costa atlantica.
La parte che mi ha colpito di più è stata la Patagonia argentina meridionale. I ghiacciai che s’immettono nel lago Argentino sono grandiosi. Il colore del ghiaccio e degli iceberg ha un’intensità azzurra così forte che sembra di vivere in una favola da Alice nel paese delle meraviglie. Il ghiacciao che mi è piaciuto di più è stato il famoso Perito Moreno. Sembra un essere vivente: scricchiola, brontola, parla, canta, si muove. D’estate enormi pezzi di ghiaccio si staccano dal masso e cadono con un tonfo assordante nel lago. È meraviglioso.
Sono rimasto colpito dell’organizzazione dei parchi, ottimamente tenuti e curati. Nel caso del Perito Moreno c’è un passarella di legno a zig zag che scende verso il lago, da dove si può ammirare il ghiacciao in tutta la sua gloria da tutte le angolazioni: dal basso, dall’alto, di lato... C’è la possibilità di ammirarlo anche dal lago, prendendo un battello. Si vedono le torri di ghiaccio innalzarsi sull’acqua, come una catena montuosa in miniatura.
Un altro posto che ho trovato affascinante è la Tierra del Fuego. Eravamo in un albergo sulle rive del canale di Beagle nei pressi di Ushuaia, il capoluogo, da dove si vede, dall’altra parte, l’isola Navarino in Cile. Sarei rimasto sei mesi in quell’albergo a guardare il canale (e che canale!) e le vette aguzze e innevate tutto intorno: non particolarmente alte, ma stupende e sognanti. Non so come descrivere Ushuaia: è un misto tra Scozia, Irlanda, Galles e Inghilterra con un tocco di Spagna (la lingua). L’atmosfera del centro è come quella di un paesino dell’alto Adige o di una ‘High Street’ di un paese della contea del Devonshire in Inghilterra. È anche il paese delle confessioni religiose, ce ne sono tante: una tipica chiesa dei Mormoni con la guglia svettante bianca, la chiesa metodista, la chiesa battista, e la lista continua.
Ho mangiato veramente bene in Argentina e bevuto ancora meglio, si potrebbe quasi definire un percorso culinario. È un viaggio che ricordo con molto piacere… Lontano dalla pazza folla, ottima cucina, buonissimo vino, paesaggi da favola, aria buona e vento. Sì, il vento è onnipresente e può dare fastidio ma, dato che il sottoscritto non è della Val Padana ma un isolano, sa apprezzare il vento.
Siamo passati poi in Cile al parco del Paine con vette dolomitiche. All’entrata del parco si trova il magnifico lago Sarmiento, un contrasto stridente con il vellutto delle praterie, le falesie che si frastagliano sulle fiancate delle montagne e le vette alte e aguzze. Il posto che ricordo con più ardore nel parco è il lago Grey. Quando siamo arrivati soffiava un vento talmente forte che non si stava in piedi! Il ristorante e bar del lodge dove dormivamo ha la vista sul lago. Ci sono delle grandi vetrate. Ogni vetrata è come un quadro e ogni quadro ha un soggetto: un pino storto con i rami piegati in due, un pino di alto fusto maltrattato dal vento, un angolo recondito del lago. Osservando la veduta da ogni singola finestra, mi sembrava di tuffarmi in un acquarello giapponese o cinese, dove si coglie un soggetto, il tema dell’opera d’arte. Quello che maggiormente colpisce in Patagonia è la nitidezza dell’atmosfera, quasi cristallina. Soltanto in un posto sperduto del Tibet ho avuto la stessa sensazione.
Un altro posto incredibile è Puerto Natales, sempre in Cile, sulle sponde del fiordo dell’Ultima Speranza. Di nuovo avevamo l’albergo sul fiordo. L’alba e il tramonto sono i momenti più belli. Ho consumato le scarpe camminando avanti e indietro sul lungo fiordo. In distanza, oltre il fiordo o seno, come dicono loro, s’intravedono picchi alti…apparentemente irruggiungibili. Già il nome Ultima Speranza evoca qualche cosa che sta per finire, l’ultima spiaggia, dopo di che, se la speranza non si realizza, svanisce per sempre: c’è il buio o il nulla.
Friedrich Nietzsche una volta disse: “La Speranza: essa è in verità il peggiore dei mali, perché prolunga la sofferenza degli uomini”.
Io però sono d’accordo con Gerhard Richter, un pittore tedesco, che disse: “L’arte è la forma più alta della speranza”. Arte in tutte le sue forme e manifestazioni. Guardando il fiordo immenso, i picchi in distanza, le nuvole che volano nel cielo e che si tingono di rosso al tramonto, i gabbiani che volano e che si posano sul lungofiordo, il ghiacciao che sfiora il fiordo, un bambino che gioca con i sassi… Sì, credo che la speranza ci sia: di continuare a vivere ed assaporare l’arte delle bellezze naturali di questo meraviglioso pianeta.
Sì, la speranza c’è e probabilmente non è l’ultima. Vi lascio con un aforisma cinese: “Per quanto lunga sia la veste della tua vita, essa non supererà la statura della tua speranza”.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Ho letto con molto interesse l'ultima "Michael's Room" e, specialmente per quanto riguarda la Patagonia, l'ho trovata particolarmente erudita.
Se organizzate un viaggio da quelle parti, fatemelo sapere.
Cordialità