venerdì 19 dicembre 2008

DISAGI LUNGO LA VIA DELLA SETA

La settimana scorsa ho parlato del Pakistan, dell’esperienza lungo la Karakoroum Highway verso il confine cinese e dell’interruzione della strada a causa di una fiumana d’acqua. Abbiamo dovuto superare la ‘falla’ facendo una specie di ‘trekking’, salendo per un’altura scivolosa per discendere infine sulla strada. Dall’altra parte siamo riusciti a prendere dei mezzi per superare il passo ed arrivare a Tashkorgan, il primo paese di una certa consistenza che s’incontra dalla parte cinese.
A Tashkorgan ci siamo riuniti in albergo. Il giorno successivo siamo partiti per Kashgar. La strada allora era infida (oggi c’è una strada nuova). Ad un certo punto si percorre una valle, o piuttosto il letto di un torrente, che d’estate si riempie a causa dello scioglimento delle nevi. Per attraversare certi corsi d’acqua che provenivano dalle montagne e che s’immettevano nel torrente siamo scesi dal pullman mille volte per attraversare l’ostacolo a piedi altrimenti, con il peso, c’era la probabilità di rimanere impantanati.
Mi ricordo che lungo il percorso, mentre noi eravamo fermi nei pressi di un corso d’acqua con il fondo fangoso, è passata una lussuosa macchina cinese, una specie di macchina blu, probabilmente con personaggi politici all’interno. Ci superano con ‘non-chalance’. La macchina entra nell’acqua corrente e ad un certo punto si ferma. L’autista, furbo, accelera e le ruote affondano sempre di più nel fango. Escono tutti dalla macchina bagnandosi e sporcandosi di fango fino al ginocchio. È stato uno spettacolo divertente!
Noi in qualche modo abbiamo attraversato l’ostacolo a piedi cercando un passaggio più a monte. L’autista del nostro mezzo ha buttato pietre sul fondo, ha trovato un asse di legno e è riuscito, in qualche modo, ad attraversare il guado senza compromettere le nostre valige. Dunque il maltempo ci ha preceduto fino ad Urumqi a migliaia di chilometri da Tashkorgan.
Ad Aksu, sempre nella regione cinese dello Sinkiang (Xinjiang) tra Kashgar e Kuqa, un fortissimo temporale in montagna aveva gonfiato il torrente. La massa d’acqua scendeva verso Aksu e scardinava il ponte, che era pericolante e chiuso a tempo indeterminato. Cosa potevamo fare? Tra l’altro ad Aksu non c’era niente da vedere o visitare, era una specie di oasi nel deserto e basta. Allora è intervenuto il locale ministro del turismo ed altri funzionari. Sono andato in jeep con i responsabili a vedere una strada alternativa. C’era un altro ponte diversi chilometri a sud di Aksu che attraversava il torrente. Il ponte però non veniva usato da mezzi pesanti.
Decidiamo di provare. Nel frattempo il gruppo era in albergo ad ascoltare una conferenza del nostro professore. Mi ero raccomandato che non si allontanassero dall’albergo. Saliamo tutti sul pullman velocemente e partiamo. Percorriamo il ponte a piedi e il nostro pullman attraversa senza problemi. Né la guida né l’autista però conoscono la via per ritornare sulla strada maestra. La strada che è stretta e sterrata. Ad un certo punto chiediamo ad una famigliola di darci delle indicazioni, perché ogni tanto ci sono dei bivi. Loro stanno andando al mercato e dicono che dalla cittadina dove sono diretti la strada conduce alla strada principale. Li prendiamo su. Ci indicano il percorso. Arriviamo al paese dove si trova il mercato. La bella famigliola scende. Non ci fermiamo perché la priorità è trovare la strada maestra.
Proseguiamo ma dopo qualche chilometro c’è un ostacolo. Stanno costruendo la nuova ferroviaria che collegherà Kashgar ad Urumqi e la linea rimane rialzata rispetto alla strada. Sicuramente il pullman toccherà sotto. Di nuovo scendiamo e questa volta dobbiamo scaricare anche le valige. Il fondo del pullman tocca leggermente i binari della ferrovia, ma, dopo un’accurata ispezione dell’autista, ripartiamo con le valige! Da quando siamo partiti da Aksu sono passate tre ore, ma poco dopo sbuchiamo sulla strada maestra. Abbiamo fatto soltanto 70 km! Nonostante tutte le difficoltà del percorso non perdiamo neanche una visita e riusciamo ad arrivare ad Urumqi senza alcun ritardo.
Il nostro corrispondente di Urumqi era molto preoccupato perché aveva perso le nostre tracce, le linee telefoniche erano interrotte a causa dei forti temporali e del vento. La cosa strana è che abbiamo sempre avuto bel tempo… I temporali ci precedevano di un giorno lasciando disastri, smottamenti e frane. Credo di non essere mai sceso e salito dal pullman così tante volte come in questo viaggio. Comunque il gruppo è stato fantastico e molto collaborativo e ci siamo poi divertiti un mondo.
Viaggiare è faticoso, soprattutto quando si cambia albergo tutte le notti o quasi. Ma viaggiare per vedere e capire è certamente gratificante, anche quando sorgono disagi come in questo caso. Anzi, come ho detto più volte, i viaggi con forti disagi, che poi finiscono bene, assumono col tempo un’aurea mistica che rimane indelebilmente nella memoria. Cosa si racconta altrimenti agli amici?

Buone feste a tutti e un arrivederci a gennaio!

venerdì 12 dicembre 2008

PAKISTAN: MOHENJODARO E KARAKOROUM HIGHWAY

Il Pakistan è di grande interesse e intriso di storia. La civiltà dell’Indo/Sarasvati è tra le più antiche del mondo. Alla fine degli anni ’80 e ’90 mi sono recato spesso in Pakistan. Per certi versi agosto non è il mese migliore per visitare il paese perché una parte del Pakistan risente del monsone, molto meno comunque di molte zone dell’India. Una volta la mitica Swissair volava su Karachi. Arrivare all’aeroporto di Karachi con un gruppo è sempre stata un’impresa per via dei facchini: comodo far raccogliere tutte le valige per evitare confusione, ma un’impresa notevole contrattare con loro per ottenere un prezzo ragionevole. Cercavano spudoratamente e con insistenza di ottenere una somma che neanche all’aeroporto di Osaka Kansai in Giappone oserebbero chiedere (se ci fossero i facchini all’interno dell’aeroporto!).
Da Karachi facevamo un’escursione di una giornata in aereo al sito archeologico di Mohenjodaro. Una volta mi sono svegliato di soprassalto (eravamo all’hotel Sheraton di Karachi) per la grande quantità di pioggia che cadeva. Dovevamo partire per Mohenjodaro quella stessa mattina piuttosto presto in volo. Mi alzo e guardo fuori: lampi, tuoni, pioggia scrosciante. “Non arriveremo mai a Mohenjodaro”, mi sono detto. Rimango alla finestra a lungo. Al mattino saliamo sul pullman per l’aeroporto. Non piove più e le nuvole stavano diradandosi. Partiamo regolarmente.
Mohenjodaro è vicino al fiume Indo ma rimane leggermente rialzato rispetto al terreno circostante. Stessa cosa dicasi del piccolo aeroporto, che serve la città della famiglia Bhutto, Larkana. Il sito archeologico dista credo soltanto 500 metri o 1 km dall’aeroporto. Atterriamo senza problemi anche se le campagne circostanti sono allagate!
Il sito di Mohenjodaro è diviso in due settori: la cittadella e la città bassa. La città bassa è molto estesa. Si trova lo schema a griglia delle strade. Sono strade lunghe e dritte. Le abitazioni erano spesso munite di una sala da bagno, un sistema di drenaggio delle acque sporche. È una visita di grande interesse. Si mangia al sacco nel locale dell’ente turistico, proprio di fianco al piccolo museo. Un mago locale offre i suoi trucchi, a pagamento, per intrattenere gli ospiti. Molto divertente!
Ritorniamo al piccolo aeroporto per il volo di rientro a Karachi. A proposito, il sole spaccava le pietre. Eravamo circondati dall’acqua per via delle forti piogge dei giorni precedenti. Potete immaginare l’umidità. Un caldo veramente soffocante. Saremmo voluti stare di più a gironzolare per le strade della città bassa, ma non c’era un po’ d’ombra neanche a pagarla!
Tempo fa ho parlato delle montagne del Pakistan, tra le più belle del mondo. Questo è successo nel 1998. Eravamo tanti, credo in 25. Era una bella giornata e stavamo andando verso il confine con la Cina. Ad un certo punto incontriamo un pullman che proveniva dalla parte opposta. Ci fermiamo, così gli autisti si passano le notizie sulle condizioni della strada. Scopriamo che è interrotta: non per la pioggia ma per il caldo! A causa del caldo anomalo le nevi e i ghiacciai in alta quota si stavano sciogliendo in maniera cospicua. Il torrente si era talmente gonfiato d’acqua che era straripato, diventando una massa d’acqua impressionante e invadendo la strada, sommergendola e distruggendola.
E ora cosa facciamo? I locali sono molto inventivi. Avevano già in qualche modo tratteggiato un itinerario, una specie di percorso da trekking. Si superava l’ostacolo per arrivare a piedi dall’altra parte, da dove si poteva forse prendere un altro mezzo. In effetti era così. L’inizio del percorso però era molto ripido su un terreno scivoloso a causa della terra friabile e dei sassolini. Come faremo con le valige? Come sapete, viaggiamo sempre con troppe valige! Non soltanto troppe ma anche pesanti. Niente paura, gli uomini del villaggio sono organizzati. Ci pensano loro. Avrebbero trasportato non soltanto le nostre valige, credo una trentina, ma anche le nostre borse a mano. Era impensabile salire anche con una sola borsa a mano, se non una borsetta di documenti attaccata al collo. Era troppo ripido e scivoloso. Ma prima dovevo contrattare il prezzo. Una follia, ma non avevo alternative. Con quei soldi hanno rifatto le loro case! Avevano il coltello dalla parte del manico. Non c’era altro da fare. Scarichiamo le valige. I ‘facchini’, gli stessi uomini del villaggio, prendono anche due o tre valige insieme e nello stesso tempo trascinano per mano alcuni partecipanti del gruppo per aiutarli a fare la salita assai scivolosa. La prima parte è difficile, ma poi c’è un sentiero vero e proprio con vedute stupende sulle alte vette… ma chi ci pensa… dobbiamo arrivare dall’altra parte. Dopo un’ora circa, forse di più, arriviamo dall’altra parte. Per arrivare sulla strada dall’altra parte dobbiamo fare un salto ma in un modo o l’altro riusciamo a calarci. Meno male che il tempo è bello! Non oso pensare cosa sarebbe successo se ci fosse stata la pioggia. Infine pago, ma voglio una ricevuta. Avevamo portato i box lunch insieme ai bagagli. Allora la guida strappa un pezzo di cartone da un box lunch e il capo villaggio scrive la ricevuta. Ho ancora il pezzo di cartone come testimonianza. C’è scritto, più o meno: ‘Ricevuta. Riceviamo la somma di tot rupie da Potorag a Kunjerab Pass da Mr. M. Richard’. C’è la firma del ‘capo’ e la data, il 17/08/98! Siamo riusciti in qualche modo a prendere altri mezzi di fortuna per arrivare a Tashkorgan, dalla parte cinese. Non siamo arrivati tutti insieme appassionatamente, ma almeno siamo arrivati sani e salvi per poi continuare la nostra avventura.
Ci sono stati altri episodi incredibili nel 1998 lungo il percorso verso oriente. Ma mi riservo di raccontare altri fattacci più avanti.

venerdì 5 dicembre 2008

Rajasthan

Prima di raccontare alcuni episodi del Rajasthan, vorrei ricordare gli impiegati degli alberghi Taj e Oberoi Trident di Bombay, che hanno perso la vita durante i recenti attacchi terroristici. Mi dispiace moltissimo per gli stranieri che sono stati colpiti e per il signore di Livorno che ha perso la vita. Il mio pensiero va ai loro famigliari. Ma un ricordo speciale va ai lavoratori degli alberghi che hanno dovuto fronteggiare i terroristi. So che al Trident gli addetti al ricevimento non hanno ceduto alle richieste dei terroristi di svelare i nomi degli americani e dei britannici presenti nell’hotel. Per questo motivo alcuni sono stati uccisi all’istante. Ho frequentato molto gli alberghi di Bombay, in particolare il Trident, e probabilmente conoscevo alcuni di quelli che non ci sono più. Ciò mi rattrista moltissimo. Penso alla disperazione dei loro famigliari e di coloro che sono sopravvissuti, testimoni del massacro dei loro colleghi.

Vorrei dedicare a tutti loro una bellissima poesia di Tagore:

Concedi ch'io possa sedere per un momento al tuo fianco.
Le opere cui sto attendendo potrò finirle più tardi.
Lontano dalla vista del tuo volto non conosco né tregua né riposo
e il mio lavoro
diventa una pena senza fine
in un mare sconfinato di dolori.
Oggi l'estate è venuta
alla mia finestra
con i suoi sussurri e sospiri,
le api fanno i menestrelli
alla corte del boschetto in fiore.
Ora è tempo di sedere tranquilli
a faccia a faccia con te
e di cantare la consacrazione
della mia vita
in questa calma straripante e silenziosa.

Il Rajasthan è la zona più turistica dell’India, famoso per le sue fortezze inespugnabili e i suoi sontuosi palazzi. Prima si chiamava Rajputana ed era diviso in tanti piccoli regni governati da maharaja. È uno stato molto tradizionalista e, diversamente da quello che pensano molti, il Rajasthan è fortemente indù. Infatti, tutti i piccoli regni rajput indù resistettero incredibilmente alle invasioni musulmane. Forse alcuni pensano che nel Rajasthan ci sia un’influenza islamica importante, perché l’arte del Rajasthan è diversa dal resto dell’India. In effetti è piuttosto arabeggiante: stoffe con vetrini colorati, palazzi con giochi di luce e giardini incredibili. I cosiddetti palazzi di città, dove risiedevano i maharaja, e dove alcuni vivono ancora, magari in un’ala del palazzo, sono piuttosto ripetitivi. Molti sono diventati musei di scarso interesse, con suppellettili vari con qualche bella collezione di miniature. Gli interni possono essere interessanti, ma dopo un po’ vengono a noia perché, più o meno, sono tutti uguali. Trovo la fortezza di Jodhpur, abbarbicata sulla collina, stupenda come struttura. La costruzione è di arenaria rossa ed è intagliata talmente finemente che sembra un merletto, non di arenaria bensì di legno. La raffinatezza della sua architettura è grandiosa.
Il Rajasthan piace molto ai turisti, perché c’è molto colore. Le stoffe sono coloratissime e le donne si vestono di colori sgargianti. Quasi tutti gli uomini hanno il turbante, un copricapo ottenuto avvolgendo attorno al capo una o più lunghe fasce di seta, lana o cotone. Può raggiungere anche i cinque metri di lunghezza, se non di più. I colori sono sempre sgargianti. Ne ho provato uno una volta e devo ammettere che era molto pesante e nel caldo mese d’agosto mi sembrava di avere del piombo in testa.
Anche le danze sono diverse rispetto ad altre parti dell’India. Per esempio il Teratali è una rappresentazione con canti e danze, eseguite dalle donne del Rajasthan, basata sugli episodi della vita di Krishna. Le danzatrici, appartenenti alla casta dei Sapera (la casta degli incantatori di serpenti), per esempio, eseguono una serie di danze sedute, in cui fanno tintinnare ritmicamente dei piccoli cimbali (mangira), di cui sono adornate. La musica è ricca di sonorità maestose e di melodie davvero mozzafiato che danno vita alla passione ed all'eroismo epico degli antenati. Questi artisti professano religioni diverse: possono essere musulmani, sikh e anche induisti e provengono da diverse caste artistiche che comprendono danzatori ed incantatori di serpenti, poeti, trovatori e musicisti. Sotto quest’aspetto il Rajasthan è di grande interesse.
Il Rajasthan va fatto in macchina per godere appieno del suo paesaggio. Bellissimi sono gli ‘haveli’, nella zona di Shekhawati, a nord di Jaipur. Sono case o palazzi interamente dipinti costruiti dai ricchi commercianti rajasthani soprattutto alla fine del XVIII/XIX secolo. Gli affreschi sono spesso di carattere religioso. Particolamente gettonato è Krishna (spesso rappresentato con gopi (pastorelle di vacche), ma ci sono anche affreschi secolari, personaggi europei, soldati inglesi, animali e così via. Purtroppo la conservazione di questi ‘monumenti’ è quasi inesistente. Alcuni di questi palazzi sono stati trasformati in albergo e sono quindi sono stati messi a posto e conservati con cura.
Arrivare a Jaisalmer, la cittadina più ad ovest, verso il Pakistan, con la sua magnifica fortezza in arenaria di colore giallo-marrone è un’esperienza incredibile. Assume un bellissimo colore al tramonto. Alcuni haveli di Jaisalmer sono magnifici: si tratta di palazzi costruiti in arenaria gialla e squisitamente scolpiti, con porte, finestre e balconi di una finezza incredibile. Come ho detto sopra, molti haveli (case dei commercianti) stanno andando in rovina.
Dopo l’indipendenza del 1947, il subcontinente indiano fu diviso in tre parti: India, Pakistan occidentale e Pakistan orientale (oggi Bangladesh). I confini furono chiusi e i commerci via terra impediti. Nel passato il Rajasthan collegava l’India con l’Egitto, l’Arabia, la Persia e l’Occidente. Ma, già prima della partizione, quando Bombay cominciò ad essere un porto importante, il commercio cominciò a spostarsi da terra a mare, perciò lontano dal Rajasthan. Dopo il 1947, molti commercianti si trasferirono a Calcutta, Bombay e Delhi.
La città più brutta del Rajasthan per me è il capoluogo Jaipur, chiamata la città rosa. Sicuramente verrò smentito. C’è il famoso palazzo dei venti, al momento fatiscente, ma comunque molto meno ‘affascinante’ di quello che ci si attende. È una città caotica e rumorosa, ha il vantaggio di essere vicina a Forte Amber, situata all’imboccatura di una gola rocciosa. Lì usano gli elefanti per portare i turisti sulla sommità e, durante l’alta stagione, gli elefanti lavorano talmente tanto che faticano a fare il tragitto avanti e indietro. Da un lato vorrei rifiutarmi di prendere l’elefante, ma dall’altra parte mi rendo conto che se tutti facessero così quelli che li guidano non avrebbero guadagno e ne soffrirebbero tutti. L’India è sempre un dilemma. Bisogna accettarla com’è, o no?

lunedì 1 dicembre 2008

Uzbekistan

Avevo promesso di parlare dell’Uzbekistan. Nel lontano 1984 sono stato per la prima volta in Uzbekistan, quando faceva ancora parte dell’Unione Sovietica. Si doveva volare su Mosca, stare una notte e poi proseguire in volo per Tashkent o Samarcanda. Allora era tutto super-organizzato e super-controllato dalla vecchia ‘signora’ Intourist. Dall’aereo si saliva direttamente sul pullman che portava all’albergo. Le valige venivano prese, caricate sui camioncini e portate in albergo. I turisti stranieri avevano le loro sale d’attesa sia nelle stazioni che negli aeroporti. Era difficile mescolarsi con la gente. Allora, in Uzbekistan, non c’erano mercati e c’erano pochissimi negozi, a parte quelli di stato. Le visite erano incentrate sui monumenti. Oltre ai monumenti, ti portavano a vedere i campi di cotone oppure il deserto e cose del genere. Non potevi fare visite individuali ma bisognava seguire sempre la guida russa, la matrona. Era tutto ovattato, come stare in un guscio. Non c’era da preoccuparsi di niente. Nessun problema, se c’era un ritardo ti portavano da qualche parte per riempire il tempo. Gli alberghi erano fatiscenti, il vitto scarso e monotono, ma il fatto di essere a Samarcanda o Khiva o Bukhara sembrava un sogno.
Sono tornato in Uzbekistan diverse volte, ma sempre dopo l’indipendenza avvenuta nel 1991. Prima dell’indipendenza l’Uzbekistan produceva soltanto cotone. Dopo l’indipendenza, si è assunto il difficile compito di limitare la propria dipendenza dal mercato del cotone e di riportare il fertile suolo alla produzione agricola e abbandonare la monocultura.
Sono ritornato di nuovo quest’anno, 2008, e ho visto dei cambiamenti notevoli. Prima di tutto si mangia molto meglio, anche rispetto a cinque anni fa e gli alberghi sono notevolmente migliorati. Molti piccoli alberghi ‘charme’ sono stati costruiti a Bukhara e Samarcanda. Comincia ad esserci uno spirito imprenditoriale. A Bukhara siamo stati in un grazioso albergo in tipico stile uzbeko con il cortile interno. L’esterno non prometteva niente di buono, muri grigi e, di fianco, dei garage fatti di latta tutti sbilenchi. Ma questo è tipico delle case uzbeke, come nei paesi arabi, l’esterno di solito non ha finestre, appare fatiscente con soltanto un cancello d’ingresso quasi sempre chiuso. Tutto sembra molto delabré, ma l’ambiente all’interno è tutta un’altra cosa: un piccolo paradiso e rifugio di pace. Una partecipante del gruppo ha detto che sembrava di essere in una baita di montagna, anche per l’uso massiccio di legno nella costruzione. In passato andavamo in un grosso complesso alberghiero pieno di disfunzioni e problemi. I vantaggi di stare in una struttura più piccola sono diversi: essere nel centro storico, a pochi minuti dalla piazza centrale, l’atmosfera domestica, l’assenza di rumorosi turisti (come se noi non lo fossimo)!
Sotto l’Unione Sovietica non c’erano mercati. Oggi è tutto un mercato, è addirittura eccessivo. Molte ex-madrase o scuole coraniche sono diventati dei grandi bazar. Ovunque ci sono mercati e negozi, negozi e mercati. L’artigianato uzbeko è bello e vario ed è parte della sua cultura, ma potete immaginare come le nostre signore fremevano? Si fermavano continuamente per guardare le merci. "Quando riusciremo a fare compere?" Dicevano in coro! Non riuscivamo ad andare avanti con le nostre visite programmate!
Il centro storico del khanato di Bukhara è un gioiellino. L’unica cosa che trovo noiosa è la cittadella, l’Ark, il nucleo originario della città. Nel 1920 un incendio distrusse tutti gli edifici in legno. La ricostruzione è avvenuta sulla base di documenti di archivio. Colpiscono l’ingresso alla cittadella e le mura, ma c’è poco da vedere all’interno: un museo non particolarmente interessante. La cosa più bella di Bukhara, tra i monumenti più belli dell’arte islamica, è il mausoleo samanide, costruito in mattoni. C’è da perdere la testa per la sua bellezza e armonia.
Si associa Samarcanda con Tamerlano, che la scelse come sua capitale, incontro tra mondo greco e indiano, già abitata da Alessandro Magno ed emporio tra i più importanti sulla Via della Seta. Il famoso Registan è un’immensa piazza con monumentali scuole coraniche sui tre lati, in cui è stato fatto un massiccio intervento di restauro. All’interno di uno degli edifici sulla piazza del Registan è stato allestito un museo interessante dove si trovano vecchie foto di Samarcanda, che mostrano com’era ridotta la piazza e i suoi monumenti.
Il monumento di Samarcanda che mi piace di più è la necropoli monumentale. Peccato che sono intervenuti così massicciamente nei restauri. Mi piaceva quando era in rovina… c’era un’atmosfera straordinaria che ora, in parte, si è persa. Anche gli affreschi dell’antica città di Afrosiab sono eccelsi.
Quest’estate abbiamo girato molto in pullman, probabilmente è l’unico modo per vedere bene un paese. I paesaggi uzbeki, in generale, non sono esaltanti. Dopo aver attraversato lo Sinkiang (Turkmenistan cinese) e la repubblica Kirghisa, dove i paesaggi sono spettacolari, l’Uzbekistan sembra monotono. La valle di Fergana, circondata dalla Republica Kirghisa e dal Tagikistan, è una valle fertilissima e densamente popolata, circondata dalle catene montuose Tien Shan e Pamir, nota per la famosa leggenda dei cavalli celesti di Fergana, cavalli nati dall’accoppiamento tra draghi e giumente e tenuti gelosamente nascosti dalla popolazione locale, poiché con il loro possesso si può salire in cielo e perseguire l’immortalità. La valle assomiglia un po’ alla Val Padana, anche per il suo clima.
Per arrivare alla capitale Tashkent da Fergana si attraversa una catena montuosa non particolarmente ridente lungo un corridoio tra il Tagikistan e il Kazakistan. Dall’altra parte del paese, ad ovest, il paesaggio tra Khiva e Bukhara è desertico, uniforme e direi triste, ma il fatto di costeggiare e vedere dall’alto il fiume Oxus (Amudarya) riempie il cuore di gioia, anche se la siccità ha ridotto il fiume ad un rivolo. Un’altra volta vi parlerò di Termez, al confine con l’Afghanistan.