lunedì 4 maggio 2009

Calcutta

Torniamo a parlare di Calcutta (Kolkata) una città che amo particolarmente. Non è bella, ma affascinante. Sembra una contraddizione ma non lo è. L’assetto della città è disordinato, le case fatiscenti, i marciapiedi sconessi, gli atri delle case anneriti, smog e fumo pervadono l’atmosfera, ma in tutta questa bolgia la vita pulsa talmente forte che non ci sono uguali. La folla è incontenibile, ti travolge, ti penetra dentro addirittura, almeno si ha questa sensazione. Tutti gli sguardi sono su di te, ti scrutano, ma non disturba perché nessuno ha occhi cattivi. A parte la folla immensa che travolge la città tutti i giorni, camminare per le strade, osservare vecchi edifici fine 800 e inizio 900, camminare nella zona del tempio dedicato alla dea Kali, tra l’altro di fianco all’ospizio di Madre Teresa di Calcutta, tra le bancarelle, recarsi al famoso ponte di ferro sul fiume Hooghly, andare al mercato dei fiori sotto il ponte presto alla mattina dove ci si ubriaca dell’odore delle foglie marcite, calpestate da migliaia di persone, ma anche della piacevole fragranza dei fiori appena arrivati dalle campagne, molti dei quali saranno offerti nei templi della città per non parlare del miscuglio di colori, ti galvanizza; camminare nel parco (Maidan) e guardare i ragazzi giocare a cricket, passeggiare per il lungo fiume e osservare i fedeli offrire fiori al fiume (Hooghly è in realtà la Ganga) e assistere ad alcuni riti presieduti dal brahmino, camminare nel cimitero (Park Cemetry) e leggere i nomi dei personaggi incisi sulle tombe, per lo più britannici, vissuti nel 700, 800 e 900, molti dei quali deceduti prematuramente per una malattia tropicale o per problemi gastro-intestinali a causa del clima pestifero, sognare ad occhi aperti e fare un quadro della persona e pensare come potesse trovarsi in un posto così ‘diverso’ ma nello stesso tempo così ‘simile’, dato che all’inizio del 900 divenne la seconda città più grande dell’impero dopo Londra, ti paralizza; passeggiare nella zona universitaria e fermarsi agli innumerevoli negozietti e bancarelle di libri di seconda mano, visitare il museo universitario con una notevole collezione di sculture, visitare il Palazzo di Marmo, appartenente ad una vecchia famiglia bengalese, entrare nella Victoria Memorial per studiare la storia della città, ti meraviglia. La lista di meraviglie poi continua.
È molto divertente prendere un vecchio tram oppure prendere la metropolitana ed esplorare zone sconosciute da ‘normali’ turisti frettolosi. Ricordiamo che Calcutta è anche la ‘Città della Gioia’ di Dominque Lapierre, ora diventata un quartiere ‘residenziale’. E che dire del giardino botanico (in realtà un parco) con alberi secolari? Prendere un battello lungo il fiume Hooghly e raggiungere i vecchi insediamenti francesi, danesi e portoghesi. E le sue innumerevoli chiese cristiane dove, all’interno, si trova la storia dei coloni. E che dire dei templi indu lungo il fiume frequentato da migliaia di fedeli?
Allora non è vero che c’è poco da vedere a Calcutta? No, non è vero. Se uno vuole vivere veramente l’India non deve andare a Delhi o Bombay ma a Calcutta. Fare tua la città, intimamente, è difficile ma non impossibile. È una vittoria sentire Calcutta parte di te stesso e credo che soltanto gli animi sensibili possano arrivarci. Sì, è vero che l’India ha due facce, una romantica e spirituale, l’altra carnale e violenta. Chi ha visto il film ‘Millionaire’, molto reale, capisce questo fatto. Ma per cogliere le sottigliezze di questo immenso paese bisogna avere una marcia in più, un animo gentile ma nello stesso tempo una volontà di ferro e forse un po’ di cinismo…. È una contraddizione? Può darsi, ma soltanto così si riesce a capire, almeno si tenta di capire, la sua carnalità e la sua spiritualità in sovrapposizione. Che dire? L’India è un mistero! Credo che il contrasto venga interiorizzato dal famoso poeta bengalese Tagore nella seguente poesia:
L'uccello prigioniero nella gabbia, l'uccello libero nella foresta: quando venne il tempo s'incontrarono, questo era il decreto del destino. L'uccello libero grida al compagno: «Amore mio, voliamo nel bosco!». L'uccello prigioniero gli sussurra: «Vieni, viviamo entrambi nella gabbia». Dice l'uccello libero: «Tra sbarre, dove c'è spazio per stendere l'ali?». «Ahimè», grida l'uccello nella gabbia, «Non so dove appollaiarmi nel cielo». L'uccello libero grida: «Amore mio, canta le canzoni delle foreste». L'uccello in gabbia dice: «Siedi al mio fianco, t'insegnerò il linguaggio dei sapienti». L'uccello libero grida: «No, oh no! I canti non si possono insegnare». L'uccello nella gabbia dice: «Ahimè, non conosco i canti delle foreste». Il loro amore è intenso e struggente, ma non possono mai volare assieme. Attraverso le sbarre della gabbia si guardano e si guardano, ma è vano il loro desiderio di conoscersi. Scuotono ansiosamente le ali e cantano: «Vieni vicino a me, amore mio!». L'uccello libero grida: «È impossibile, temo le porte chiuse della gabbia». L'uccello in gabbia sussurra: «Ahimé, le mie ali sono morte e impotenti».

venerdì 24 aprile 2009

LA TUNISIA

Cambiamo completamente continente e voliamo in Africa settentrionale, in Tunisia con esattezza. La Tunisia ha investito moltissimo nel turismo, soprattutto in quello balneare. Infatti lungo la costa si trovano decine e decine di alberghi spesso (ma non sempre) ben inseriti nell’habitat naturale. I prezzi sono buoni, gli alberghi discreti, il mare non male, e per di più si tratta di una destinazione vicina, per elencare alcuni pregi.
Personalmente però concepisco la Tunisia in un altro modo, non tanto per il mare o le bellissime oasi di Nefta e Kairouan, ma soprattutto per l’archeologia. Tutti quanti noi conosciamo Cartagine. È un’escursione che fanno tutti, se pernottano a Tunisi, Hammamet, a Bizerte o nelle vicinanze. Ma la Tunisia è ricchissima di archeologia. A Thuburbo Majus le rovine romane sono molto suggestive, adagiate su un lieve pendio in un paesaggio ameno. Conserva un Capitolium notevole. Anche il sito di Sufetula (Sbeitla) ha una Capitolium da mozzafiato. Il sito archeologico di Mactaris si trova all’interno, isolato, un notevole sito archeologico, ma direi più per esperti. Anche Utica è per gli esperti o gli amanti dell’archeologica, lì si trovano tracce di necropoli puniche e edifici romani.
Tra le cose più belle dell’archeologia in Tunisia ci sono i siti di Thugga (Dougga) e Bulla Regia. Thugga conserva monumenti punici, numidi e romani. Il Campidoglio e il Capitolium sono di una bellezza sconvolgente. Si trova anche un mausoelo numidico ben conservato. Il sito che mi ha colpito più di tutti è Bulla Regia, città romana dove sono conservate le abitazioni sotterranee con bei mosaici. I mosaici più belli di Bulla Regia sono custoditi al Museo du Bardo a Tunisi. Poi ci sono tanti altri siti ‘minori’.
Molti dei siti si trovano nel nord della Tunisia dove il paesaggio è verde e ameno. All’interno, nel nord del paese, gli inverni possono essere gelidi e la primavera piovosa e a volte fredda. Comunque sono posti che si possono visitare tutto l’anno. Non dimentichiamo l’anfiteatro di El Jem, di proprozioni notevoli. Sembra quasi un colosseo. Doveva essere molto capiente, forse uno degli anfiteatri più capienti del mondo romano.
Tunisi è una città piacevole con un’atmosfera un po’ parigina, nel downtown s’intende. La medina di Tunisi è notevole, ma non per fare ‘shopping’ (che perdita di tempo e spreco di energia!). Camminare nei vicoli, vedere le vecchie costruzioni, visitare qualche casa antica, anche vedere il suq, ma non fermarsi ogni secondo per vedere delle collane o altre cose che non valgono niente. Il fatto è che non si può neanche guardare i negozi in pace perché si è presi d’assalto dai negozianti. La visita della medina dev’essere fatta in maniera articolata. È indispensabile conoscere una persona del posto che conosca tutte le viuzze e vicoletti.

Alcune case signorili sono aperte al pubblico. Ce n’è una, non mi ricordo come si chiama, di epoca ottomana credo, dove si trova un museo etnografico. La casa è stata ristrutturata ed è molto bella, con un dedalo di cortili e stanze, ma la mostra permanente è di una noiosità estrema, stanze e stanze di bambocci vestiti in abiti tradizionali, in pose in cucina, in bagno, nella camera da letto, sui tappeti, donne bambocce ghirlandate di pesanti collane e gioielli, ecc.ecc. È bene conservare la propria eredità… ma bastano cinque minuti per vedere tutto (probabilmente bisogna avere un interesse quasi professionale ma apprezzare queste cose). Vale la pena visitare la casa, vedere l’architettura, i cortili interni, la pianta insomma, ma non stare delle ore a passare di stanza in stanza. Anche la città di Sousse, sulla costa, più a sud, ha una medina suggestiva. Troppi turisti però che si riversano dagli innumerevoli alberghi situati nelle vicinanze. Nella parte alta della medina di Sousse si trova un museo di mosaici favoloso. Le oasi di Tozeur e Nefta sono sognanti soprattutto al tramonto. Il più bel tramonto che ho mai visto in vita mia è stato a Nefta, il cielo color porpora, completamente porpora a perdita d’occhio.
Non si va in Tunisia per vedere il deserto. Dopo l’attraversamento del grande lago salato El-Chott-Djerid (molto suggestivo) da Nefta, si entra in una zona desertica. Fanno vedere due dune in croce con venti pullman attorno che sputano fuori tanto di quel gas che l’aria è più insana che Milano d’inverno. Non ci sto. È vero, il turismo porta ricchezza alla popolazione locale, ma portato a questo estremo è immorale. Ci sono tante cose belle da vedere in Tunisia e poi ti portano a vedere una duna! Comunque, dedicare una settimana alla visita dei siti archeologici tunisini vale veramente la pena. Non è possibile farlo stando fermi in un posto al mare. Bisogna spostarsi e stare in qualche albergo modesto. La Tunisia ha svilupputo il turismo sulla costa ma molto, molto meno all’interno.
Ricordo la belleza delle oasi di montagna verso l’Algeria, dove sono stato più di trent’anni fa. Allora non c’era nessun insediamento turistico e pochissimi turisti. Negli anni sono tornato molte volte in Tunisia. Circa ventitré anni fa sono tornato alle oasi di montagna e già allora stavano costruendo un mega-albergo, non mi ricordo esattamente dove. Da allora sono tornato a Tozeur e Nefta ma non nelle oasi di montagna. Credo che forse sia meglio non tornare in quei posti dove hai lasciato il cuore per non spezzare un sogno!

mercoledì 8 aprile 2009

VALLI NASCOSTE

Le alte valli nascoste della catena Karakoram sono qualche cosa di inimmaginabile. Di solito si percorre la cosiddetta Karakoram Highway fino al passo Khunjerab, da dove si passa in Cina Occidentale. Nelle alte valli del Karakoram vivono sia sunniti che sciiti. C’è una valle popolata da sciiti e una valle popolata da sunniti, che, tra l’altro, si guardano in cagnesco. Da Gilgit si può accedere a queste alte valli nascoste. Un percorso particolarmente coinvolgente è quello che porta all’alta valle di Bagrot. Quando si inizia a salire con la jeep su impervie strade a gomito, che a volte sembrano delle mulattiere, si vedono spuntar fuori tante vette innevate che si stagliano nitide nel cielo. Uno si chiede com’è possibile tale bellezza!
La distanza da Gilgt a Bagrot non è tanta ma la jeep si arrampica molto, molto lentamente. A volte la salita è talmente ripida che viene la pelle d’oca. Si passa in mezzo ad un paesaggio roccioso sovrastato da queste immense vette bianchissime. Finalmente si arriva nell’alta valle con i campi di orzo e di ortaggi. La gente quassù non è abituata a vedere stranieri e non sorride. Ho la sensazione di essere un intruso e di non esser ben visto. Ma la gente passa in secondo piano. La valle è talmente bella, le montagne talmente grandiose, l’atmosfera talmente tersa che non ci sono parole. C’è anche un silenzio particolare. I rumori piacevoli provengono dai contadini che lavorano nei campi e dalle risa dai bambini che giocano. Quassù sembra musica. Siamo venuti in questa sperduta valle per fare una scampagnata… ma che scampagnata! Abbiamo portato con noi il pranzo, diciamo il cestino. Il fatto di mangiare un pic-nic in un posto così lontano, dove non viene praticamente mai nessuno, è in effetti coinvolgente. La strada transitabile finisce qui. Non siamo attrezzati per fare trekking e poi non ci sarebbe neppure il tempo. Rimaniano un po’ dopo il pranzo ma poi decido che è ora di scendere. Qui comincia l’avventura!
Scendere sulla ripidissima ‘mulattiera’ fa paura. Le curve a gomito sono talmente strette che in alcuni casi la jeep deve fare marcia indietro e fare manovre sull’orlo del precepizio per poter girare. Alcune jeep, come potete immaginare, su queste strade hanno dei problemi tecnici: freno a mano che non funziona, marce che slittano, per non parlare delle gomme lisce. Ora anziché guardare le bellezze della natura che ci circonda siamo tutti preoccupatissimi per la discesa e la condizione della jeep. Io molto meno. Quando finalmente arriviamo sulla Karakoram Highway, il peso corporeo di tutti è diminuito di un paio di chili, non male, vero? Era la prima volta che portavo un gruppo nella alta valle di Bagrot e sarà l’ultima, anzi è stata l’ultima. Ho giurato che non avrei mai più portato nessuno perché erano tutti distrutti dalla discesa, terrorizzati, nervosi e polemici. Peccato perché l’escursione vale un viaggio. Ho sempre sostenuto che bisogna avere i nervi veramente saldi per fare un viaggio sulla Karakorum, ma addentrarsi nelle alte valli laterali richiede una volontà di ferro, anzi d’acciaio. Diciamo che sono stato un po’ ingenuo nel prendere la decisione di portarli su. Sono sicuro però che coloro che l’hanno fatto, se mi stanno leggendo (oramai sono passati tanti anni), ricorderanno l’escursione, certo, con una certa ansia, ma nello stesso tempo con piacere. Chi è mai salito a Bagrot?
In più in quell’occasione abbiamo perso una jeep. Cioè, ad un bivio aveva imboccato la strada sbagliata, una volta scesi dall’alta valle. Quando si è reso conto dell’errore l’autista è tornato indietro. Io faccio sempre tante di quelle raccomandazioni agli autisti di stare insieme ma loro sono veramente cocciuti. Ho aspettato la jeep ‘perduta’ in albergo per più di un’ora e poi ho deciso, insieme ad uno degli autisti e alla guida locale, di tornare sui nostri passi. Stava diventando buio e la preoccupazione era tanta, tanto più che nell’attraversare un alto ponte sul fiume l’autista e la guida si sporgevano per vedere se c’era qualche segno della jeep schiantata sotto! Ma della jeep nessuna traccia. Siamo costretti a tornare in albergo, dove qualcuno del gruppo mi stava gentilmente aspettando per dirmi che erano tornati sani e salvi. Quando poi mi hanno visto a cena erano ancora arrabbiati. L’autista capiva poco l’inglese e questo fatto non li aiutava a stare tranquilli. La loro reazione era comprensibilissima. Devo dire che l’arrabbiatura è passata subito vedendo la mia intensa preoccupazione e il dispiacere per quello che era accaduto. Anche questa escursione comunque è diventata mitica! L’albergo a Gilgit è molto confortevole, sembra un lodge di alta montagna, così le anime si sono calmate soprattutto a cena finita, tutti riuniti e comunque felici di essere in un posto così stupendo.
Dalla valle di Hunza, più avanti sulla strada rispetto a Gilgit, in altre occasioni abbiamo fatto un’escursione alle valli di Nagar e Hoper, dall’altra parte del fiume. È un’escursione molto meno eccitante ma sempre in jeep con paesaggi mozzafiato. Si vedono bellissimi e armoniosi terrazzamenti per le diversificate coltivazioni e albicocchi, tanti albicocchi. In agosto inizia la raccolta delle albicocche, che vengono stese al sole sui tetti, nei cortili, lungo la strada: una macchia brillante color albicocca intenso. Un’altra cosa suggestiva di questo percorso sono i tanti villaggi che si attraversano. Infine si giunge nelle vicinanze del ghiacciaio di Hoper. Se si riesce a camminare sul ghiacciao senza cadere e farsi male si possono ammirare due meravigliose vette, Kapala e Golden. Insomma, tutta la zona di Hunza è sorprendente, ma di questo ne parleremo ancora!

giovedì 2 aprile 2009

Tamil Nadu: non solo templi

Ritorniamo a parlare dell’India e dello stato dell’India meridionale Tamil Nadu.
Il Tamil Nadu si trova nell’India del sud ed è uno stato molto popoloso (circa 67 milioni di abitanti). È un posto faticoso perché ci sono folle dappertutto: nelle città, nei templi, nelle campagne, e nei villaggi. I villaggi poi sono fitti, uno dopo l’altro. È molto diverso da alcune zone di un altro stato dell’India meridionale, il Karnataka, dove c’è silenzio e poca gente, beh… molta meno gente.
I templi del Tamil Nadu sono grandiosi grazie al susseguirsi di dinastie indu dei Pallava, Pandya e Chola e poi un revival dei Pallava. Kanchipuram fu la capitale della dinastia Pallava, Madurai fu la capitale dei Pandya mentre i Chola costruirono una nuova capitale dopo una vittoria chiamata Gangaikondacholapuram. Tutte queste ex-capitali custodiscono le meravigliose opere templari di queste dinastie. Ho parlato del Tamil Nadu diverso tempo fa e dell’ubriacata di templi che uno fa in un viaggio nell’India del sud. Ci vuole un forte temperamento e grande amore per l’arte indiana per ‘reggere’ mentalmente, emotivamente e fisicamente alla fatica. In realtà il Tamil Nadu non ‘offre’ soltanto templi ma anche bei paesaggi tropicali. I templi spesso si trovano in mezzo alla vegetazione lussurreggiante e questo aumenta il fascino del templi stessi.
Chi è stato in India certamente conosce Mahamallapuram, più conosciuto come Mahalipuram, a una cinquantina di chilometri a sud di Madras (Chennai), noto per il tempio sulla spiaggia. Mahalipuram fu una specie di officina di produzione artistica divisa in tre fasi, ciascuna delle quali prende il nome del sovrano commitente. Comprende un’area molto grande e non soltanto i monumenti nelle vicinanze della spiaggia. Per esempio a 5 km dal tempio sulla spiaggia si trova la cosiddetta ‘grotta della tigre’ dedicata alla dea Durga dell’officina dei Pallava. Ma ci sono molte altre sorprese nei dintorni.I templi funzionanti, cioè quelli che non sono sotto la tutela dell’Archaeological Survey of India, come ad esempio il tempio a Gangaikondacholapuram, sono sempre stracolmi di pellegrini. C’è tutta un’altra atmosfera rispetto ai templi dell’India settentrionale o dell’Orissa. Si dice che il Tamil Nadu sia la vera India, dove si è a contatto con gli adoratori e i pellegrini e non ‘semplicemente’ in un monumento stupendo ma senza vita. Dato che il Tamil Nadu è faticoso, essere attorniato da centinaia di persone rende la situazione ancora più pesante, ma certamente l’impatto è incredibile. Molti dei templi del Tamil Nadu sono circondati da mura e l’avvicinamento al sancto sanctorum è un percorso lungo e molto graduale.
Per esempio a Srirangam, sul fiume Kaveri, di fronte alla città di Trichy, si trova il grande tempio di Ranganatha, una città-tempio consacrata a Vishnu. Il tempio più antico non esiste più. Questo fiorire di mura, cortili e passaggi che conducono al grembo del tempio è molto più recente. È un graduale meditabondo cammino per raggiungere la divinità. Bisogna togliere le scarpe all’ingresso principale del tempio e fare tutto il cammino scalzi fino al santuario. Per noi è faticoso togliersi sempre le scarpe, e verso la fine di un viaggio in Tamil Nadu qualcuno non ne può più e decide di rimanere fuori. È un peccato, ma come dicevo prima, ci vuole una forte motivazione per apprezzare l’arte del sud ed essere disposti a farsi avvolgere dall’ ambiente, dalla folla, dagli odori e dalla forte sensualità che questi templi emanano.
Alcuni dicono che i templi indu sono tutti uguali. Alcuni americani dicono che le chiese in Italia sono tutte uguali! Che eresia! In effetti a uno sguardo disattento può sembrare così, ma in realtà ogni tempio ha il suo capolavoro, ogni tempio ha la sua caratteristica e la sua atmosfera. Certo bisogna sapere cosa e dove guardare, e non è facile soprattutto nelle città-templi del Tamil Nadu così immensi.
Ma ripeto, il Tamil Nadu non è soltanto ‘templi’. Ad esempio c’è un bellissimo parco naturale nelle vicinanze del mare a sud di Nagapattinam dove si trova una riserva di mangrovie tra le più importanti dell’Asia. È una fatica mostruosa arrivarci perché la strada è stretta e piena di buchi (chissà se l’hanno sistemata ora). Si prende un battello e si naviga in mezzo alle mongrovie, molto bello. L’unico problema è che non si possono fare foto perché è una zona protetta, non so per quale motivo. Siamo stati seguiti per quasi tutto il tempo dai ‘rangers’. Alcuni, che ritengono indispensabile fare foto, ci rimangono molto male e non si godono la navigazione. Non posso dargli torto ma purtroppo in India succedono queste cose inspiegabili. Almeno ci fosse un bel libro o un catologo con belle foto da acquistare. Macché, non c’è assolutamente niente.
Una cosa ‘assurda’ o meglio ancora ‘divertente’ dell’India è che quando c’è un piccolo negozio in un tempio oppure alla biglietteria dove vendono libri spesso non ci sono pubblicazioni di quel monumento appena visitato ma di altri, forse in altri luoghi lontani. Non bisogna mai disperare, prima o poi si trovano publicazioni, belle o brutte che siano, magari a Hong Kong!
Ripeto ancora: il Tamil Nadu ha molte altre cose oltre ai templi. Chettinad, per esempio, è la casa nativa dei Nattukottai Chettiars, una prospera comunità di bancari e uomini d’affari, commercianti che migrarono nel sud-est dell’Asia nel IX e inizio XX sec. È un patrimonio artistico e architettonico. Alcune delle ville risalgono al XVIII secolo. Sono abbellite di marmi e tek birmano. È una cosa veramente sorprendente: una zona sconosciuta ai più, paragonabile agli Haveli del Rajasthan, le case dipinte dei commercianti. Chi può mai immaginare che ci siano paesini formati da belle case del XVIII secolo in mezzo al Tamil Nadu? Ma non finisce qui. Ci sono tante altre sorprese. Ne parlerò un’altra volta.

martedì 24 marzo 2009

Dal Ningxia al Gansu

Continuiamo a parlare di Cina. Dalla provincia autonoma del Ningxia si raggiunge Lanzhou, capitale del Gansu. Lanzhou è una grande città industriale, inquinata e malsana, estesa lungo la sponda superiore del fiume Giallo. La città non offre praticamente niente, dico praticamente, perché c’è un museo di prim’ordine. Vale la pena di passare per Lanzhou per visitare il Gansu Provincial Museum, che è stato recentemente riallestito. Il museo è famoso soprattutto per la scultura bronzea chiamata ‘il cavallo volante’, un cavallo che con lo zoccolo anteriore calpesta una rondine in volo. Strepitoso! Ci sono anche notevoli ceramiche e una collezione stupenda di sculture lignee.
Nelle vicinanze di Lanzhou si trovano le grotte buddhiste di Binglingsi. Non sono le grotte più belle della Cina ma il luogo è magico. Il paesaggio è imperdibile. Si prende una motolancia o un battello da un lago artificale che poi si immette nel fiume Giallo. Si chiama il bacino di Liujiaxia, che si staglia sul percorso del Fiume Giallo. Le acque del fiume Giallo sono veramente gialle e fangose grazie a tutti i sedimenti del loess, un sedimento eolico, che viene cioè originato dal trasporto e dalla deposizione di particelle da parte del vento. Ciò causa la particolare selezione granulometrica che lo caratterizza. Le montagne che si innalzano dal fiume hanno forme bizzarre e il colore della roccia (arenaria rossa) riprende il colore dell’acqua. La passeggiata dall’attracco del battello fino alle grotte è fenomenale. Si snoda lungo la montagna, rialzata rispetto all’insenatura.
Anche Binglingsi vanta un buddha gigante. È sì grande, ma non particolarmente elegante. Ci sono decine di nicchie sulle pareti della montagna, alcune con affreschi. Si dice che le sculture più antiche si trovano in alto, dietro il grande buddha. Si intravedono dal basso. Si vedono anche le belle apsare, questi esseri svolazzanti simili ad angeli. Bisogna pagare una bella somma per andare su. Direi che è una specie di aiuto finanziario per il mantenimento delle grotte (oppure va in tasca ai custodi?). Le autorità rialsciano una regolare ricevuta su carta di riso tutto scritto in cinese. Ma è molto pericoloso salire perché le scale di legno che raggiungono le sculture sono verticali e ci sono diverse rampe. Non bisogna soffrire di vertigini e bisogna essere molto atletici più per scendere che per salire. A parte questo particolare, vorrei ribadire che è un posto magico. Verso sera poi, quando il sole comincia a tramontare, tutto si tinge di rosso: il cielo, il fiume, le montagne, le sculture!
Riprendiamo la strada verso sud. Si entra in una zona tibetana chiamata Gannan. L’atmosfera cambia. L’ingresso è segnato da un piccolo tempio tibetano e tante bandiere di preghiera che annunciano l’arrivo in questo lembo tibetano del Gansu. Si sale fino a raggiungere Langmusi (3000 metri slm) a cavallo tra il Gannan e la provincia del Sichuan. Il villaggio è molto bello, sono tutte case basse con tegole di legno e muri fatti di fango e paglia dipinti di bianco. Ci sono due importantissimi monasteri. Nel 2001 non c’erano alberghi, soltanto dormitori. Dovevamo dormire in tenda ma piovigginava, le strade non lastricate erano fangose e il terreno zuppo d’acqua. Era già notte. Così decisi di dormire in una ‘guest-house’. Sono andato ad ispezionare due dormitori entrambi passabili (passabili per forza, non c’era altro) per la notte, comunque molto meglio che dormire in tenda con l’umidità e freddo. È stata un’esperienza che non si dimentica facilmente, anzi col tempo è diventata un mito. Abbiamo mangiato in un vecchio caffè (con le nostre scorte) e alla sera abbiamo incontrato un gruppetto di monaci. È stato un incontro molto simpatico e divertente.
Da Langmusi, per arrivare a Songpan nel Sichuan, si attraversano praterie di alta quota a perdita d’occhio. D’estate ci sono gli alpeggi, e, non esagero, ci sono migliaia di capi di bestiame tra yak, mucche e pecore. La prateria è disseminata di tende e uomini a cavallo. S’incontrano anche dei villaggi tibetani, poche case, ma di grande suggestione. È un percorso talmente bello che viene un nodo alla gola per l’emozione. Penso spesso a questo episodio: durante il viaggio ci fermiamo per una “sosta idraulica” e davanti al pullman si ferma un bellissimo esemplare di lupo. Ci osserva incuriosito, rimane fermo per qualche minuto e poi se ne va.
Non so se la poesia cinese che segue si riferisce a questa zona, non credo, ma l’amore che provo per questa terra si raccoglie in questi pochi versi: ‘quando nella terra del sud sui rami splenderanno quelle rosse bacche di primavera, prendine per me una bracciata, e a casa portala: simbolo sarà del nostro amore’.
Nelle vicinanze di Songpan si trova il parco di Huanglong. È molto gettonato, arrivano flotte di pullman da Chengdu, dal resto della provincia e dall’intera Cina. Il segreto è andare presto. Il paesaggio è incantevole. È una passeggiata lungo un percorso prestabilito, attraverso bacini terrazzati di calcare colorati di turchese, giallo, verde e bianco. Salendo lungo il sentiero si ha davanti una bellissima montagna innevata. Col sole è spettacolare. Con la pioggia è bello lo stesso ma, ahimè, la montagna si nasconde. È organizzato come un parco americano. Anche con migliaia di visitatori cinesi il paesaggio rimane intatto e spettacolare. Scendere poi verso Chengdu non è facile perché la strada è spesso interrotta per frane.
In seguito al terremoto del 12 maggio 2008, con epicentro nella contea di Wenchuan e di magnitudo 7,8 della scala Richter, l’autostrada nuova che stavano costruendo a mezza montagna è stata danneggiata. Non so com’è la situazione attuale. In un articolo che scrissi nel maggio del 2008 ho parlato di questo disastroso terremoto e non posso non ricordare le migliaia di persone che sono state sepolte dalle macerie e dal crollo della montagna, alcune delle quali probabilmente avevo conosciuto. Parlerò ancora della Cina, ma la prossima volta tornerò all’India, la mia passione!

lunedì 16 marzo 2009

Ningxia

Lascio l’India momentaneamente, come promesso, perché vorrei parlare della Cina e di un viaggio indimenticabile.
Il Ningxia è probabilmente una delle province cinesi meno conosciute. La prima volta che ci sono andato, con i miei amici di Viaggi di cultura, ho preso l’aereo da Pechino per Yinchuan, la capitale della provincia. La destinazione finale del volo era Dunhuang, nella provincia del Gansu, famosa per le sue meravigliose grotte buddhiste. Siamo scesi dall’aereo a Yinchuan e ci siamo incamminati verso l’areoporto, ma non si capiva dove andare. Poi vedo delle persone in uniforme gesticolare animatamente per farci tornare indietro e risalire sull’aereo. Pensavano che avessimo sbagliato destinazione e che dovessimo raggiungere Dunhuang. Dopo qualche insistenza finalmente hanno capito che Yinchuan era la nostra destinazione! In altre parole nessun turista, almeno allora, visitava questa piccola provincia.
Il Ningxia è una regione autonoma al confine con la Mongolia Interna. Qui si trova una maggioranza islamica, gli Hui. Sembra strano trovare una popolazione musulmana in mezzo alla Cina! Bisogna tornare indietro un bel po’ nel tempo per capire la situazione. Nell’XI secolo i Tanguti stabilirono la dinastia degli Xia occidentali (Xixia è il nome cinese). Nel XIII secolo la regione fu conquistata da Genghis Khan. Quando i mongoli se ne andarono e la loro influenza diminuì, musulmani di lingua turca iniziarono ad arrivare da ovest. Successivamente ci furono tafferugli tra gli Han e gli Hui, dico tafferugli per usare un eufemismo perché in realtà ci furono degli scontri piuttosto aspri.
Il Ningxia è attraversato dal sognante Fiume Giallo. La presenza continua del fiume è romantica. Lungo il fiume l’agricoltura è fiorente e si produce soprattutto riso e cotone. La parte settentrionale della provincia è desertica, alle propaggini del deserto del Gobi. Man mano che si scende verso sud il paesaggio cambia. Da un paesaggio molto arido si passa ad una campagna più verde e fertile.
Siamo rimasti stupiti davanti alle tombe Xixia, non lontano dal capoluogo Yinchuan, dove si trovano i resti di nove grandi tombe reali. Sono impressionanti e sembrano delle piccole piramidi. La suggestione non è data tanto dalla bellezza dei mausolei in sé, che sono abbastanza rovinati, ma dall’insieme, dal vederli in un contesto aspro, desertico, alle propaggini della catena montuosa dello Helanshan. È una dinastia poco conosciuta, ma pensate, i tanguti tradussero tutto il canone buddhista cinese nella loro lingua (del ceppo tibetano-birmano).
Ci sono altre cose da vedere in questa provincia, per menzionarne alcune: i 109 stupa buddhisti situati sulla riva, anzi su un pendio del Fiume Giallo, il fantasmagorico tempio a Zhonghwei con molteplici tetti spioventi, scale che collegano le innumerevoli sale, draghi in abbondanza, insomma un insieme alquanto soprendente. Si rimane sbalorditi viaggiando per questa provincia dall’abbondanza di moschee nuove che sono state costruite. Hanno tutte lo stesso stile e naturalmente sono state costruite sotto la ‘tutela’ del governo centrale di Pechino. Abbiamo visitato una moschea ‘antica’ lungo il percorso verso sud, che sembra una piccola fortezza. La cosa sorprendente è che non si direbbe mai che è una moschea, bensì un tempio buddhista o confuciano.
Verso il confine con la provincia del Gansu si trovano delle interessanti grotte buddhiste con il ‘solito’ buddha gigante. Bellissimo il colore del terreno, rosso intenso, soprattutto quando piove. Ci sono anche dei bellissimi mercati ‘agricoli’ nel Ningxia. Si distinguono gli Hui dagli Han dal copricapo. I signori hanno un cappello bianco mentre le donne hanno un velo bianco che copre la testa. Senza questo ‘marchio’ sembrano cinesi Han. Sono molto affabili e disposti a parlare o a sorridere perché conversare è praticamente impossibile senza un interprete. Abbiamo visitato qualche famiglia contadina e siamo stati accolti con gentilezza. Una delle cose più sorprendenti è una cittadina nel sud della provincia, Guyuan, dove si trova un museo strepitoso, inaspettato. La prima volta che ho visitato Guyuan era di lunedì, la sua giornata di chiusura. Ma hanno aperto per noi e siamo stato accompagnati dal curatore del museo stesso e da altri ufficiali. Una pacchia! Sono stato poi altre volte, non di lunedì, ma non c’era nessuno lo stesso. Peccato!
Da Guyuan si entra nel Gansu attraverso una zona montuosa e collinare di grande bellezza. Tutte le montagne sono state terrazzate minuziosamente da mano umana. Ogni ‘centimetro’ è stato modificato per le coltivazioni. È incredibile perché sono decine e decine di chilometri di percorso in mezzo a questa opera d’arte. Ho nostalgia di quelle linee perfette che inducono a pensare alle fatiche dei contadini. È una poesia, un capolavoro, anche se chi li ha fatti non sapeva né leggere né scrivere. Vorrei citare una poesia cinese chiamata ‘la festa della montagna’ che mi evoca quel momento: ‘Mentre solo dimoro in terra straniera, una doppia nostalgia soffro in questo giorno: i miei fratelli salgono pel monte portando rami di corniolo, ognuno il suo, ed il mio ramo manca’.
Parlerò ancora di questo incredibile viaggio in un’altra occasione.

giovedì 5 marzo 2009

Bhopal

Prometto che la prossima volta cambierò argomento e non scriverò di India, bensì di un altro paese. Ma oggi vorrei parlare di Bhopal, conosciuta per il disastro chimico ma molto meno per la sua cultura.
Bhopal è la capitale dello stato indiano del Madhya Pradesh (che vuol dire stato centrale), tristemente famoso per il disastro chimico-industriale del 1984 causato dalla fuga di 40 tonnellate di isocianato di metile, altamente tossico e irritante e rischioso per la salute umana, prodotto dalla Union Carbide, azienda multinazionale americana produttrice di pesticidi. Probabilmente sono morte più di 10.000 persone, anche se le cifre ufficiali sono molto più basse. È veramente triste pensare a quello che è successo. Durante una delle mie visite a Bhopal una signora, nostra guida locale, ha raccontato la sua esperienza e quella della sua famiglia durante quei momenti terribili. Non sto a raccontare la sua storia.
A parte questo fataccio Bhopal è una città molto verde. Fu fondata dal re di Parmara, Bhoj (1000-1055). Egli creò un lago artificiale sbarrando con una diga di terra il corso del fiume. È costruito a semi-circolo attorno all’Upper Lake (grande) e Little Lake (piccolo). Il museo archeologico di Bhopal è stato riallestito in un edificio nuovo alcuni anni fa ed è assolutamente strepitoso, sia per l’architettura del museo sia per la mostra permanente. C’è un altro Museo di grande interesse chiamato il Museum of Mankind, è un museo molto importante che studia l’habitat e le usanze dei numerosi gruppi etnici presenti nello stato. È allestito molto, molto bene con spazi anche aperti dove si possono vedere le ricostruzioni abitative. Ha una biblioteca di prim’ordine. Non è il solito museo ‘etnografico’ che di solito ci dà sui nervi, dove si ricostruiscono episodi di vita tribale in carta pesta. È una cosa seria, un approfondimento notevole per capire le usanze dei tribali con un archivio di prim’ordine.
Mi piace poi l’albergo a Bhopal, precedentemente un vecchio palazzo coloniale (IX sec.) ora ingrandito con un’ala nuova. A me piace molto l’atmosfera. Ci starei un mese. È molto bello fare la prima colazione nel cortile interno sotto il grande mango. È così romantico. Uno dei pranzi più buoni (buffet) che ho mai mangiato in India è stato proprio qui al ristorante dell’albergo. Veramente eccezionale! I due musei menzionati sopra valgono il viaggio. Nei dintorni comunque ci sono cose strepitose da vedere. Non parliamo dell’importantissimo sito buddhista di Sanchi. Il grande stupa (reliquario) fu commissionato originariamente dall'imperatore Ashoka il Grande nel III secolo a.C. Sono stati apportati molteplici rimaneggiamenti e aggiunte durante i secoli, ma lascio queste spiegazioni a chi sa molto più di me di arte buddhista. Il generale Taylor, un ufficiale britannico, fu il primo occidentale che abbia documentato per iscritto l'esistenza di Sanchi. All’inizio del XX secolo le strutture vennero portate al loro aspetto attuale sotto la supervisione del famoso archeologo John Marshall. Nei dintorni di Bhopal, presso un piccolo villagio arretrato di bhojpur, si trovano i resti di un tempio molto interessante. Come indica il nome, il tempio dedicato a Shiva è stato commissionato da Raja Bhoj, che fondò la città di Bhopal. Il ‘lingam’ di Shiva, che in termini metafisici rappresenta la forma dell’assoluto, è forse il più grande dell’India, oltre 5 m., costruito da un unico pezzo di roccia posizionato su una base massiccia. Forse il tempio è più per intenditori ma è di grande fascino anche la sua posizione nel piccolo villaggio. Non lontano si trova un tempio jain che probabilmente fu originariamente costruito nello stesso periodo del tempio indù. È rimasta una cella ‘antica’, ma a causa della voglia di rinnovare e abbellire, sembra di entrare in un parco di divertimento. La mia intenzione non è di essere blasfemo, per carità, ma certamente il gusto del nuovo è assai diverso dal gusto antico!
Tutta la zona è ricca di monumenti praticamente sconosciuti dalla maggioranza. Sono chicche esclusive, direi. Il problema è che fuori Bhopal non ci sono strutture alberghiere degne di questo nome e bisogna arrangiarsi, ma credetemi vale la pena subire disagi per addentrarsi nel cuore dell’India. Parlando di cuore vorrei finire il racconto con un’altra poesia del famoso poeta bengalese Tagore:
Non nascondere il segreto del tuo cuore, amico mio!Dillo a me, solo a me ,in confidenza. Tu che sorridi così gentilmente, dimmelo piano, il mio cuore lo ascolterà, non le mie orecchie. La notte è profonda, la casa silenziosa, i nidi degli uccelli tacciono nel sonno.
Rivelami tra le lacrime esitanti, tra sorrisi tremanti, tra dolore e dolce vergogna,
il segreto del tuo cuore.
Arrivederci alla prossima settimana.