martedì 24 marzo 2009

Dal Ningxia al Gansu

Continuiamo a parlare di Cina. Dalla provincia autonoma del Ningxia si raggiunge Lanzhou, capitale del Gansu. Lanzhou è una grande città industriale, inquinata e malsana, estesa lungo la sponda superiore del fiume Giallo. La città non offre praticamente niente, dico praticamente, perché c’è un museo di prim’ordine. Vale la pena di passare per Lanzhou per visitare il Gansu Provincial Museum, che è stato recentemente riallestito. Il museo è famoso soprattutto per la scultura bronzea chiamata ‘il cavallo volante’, un cavallo che con lo zoccolo anteriore calpesta una rondine in volo. Strepitoso! Ci sono anche notevoli ceramiche e una collezione stupenda di sculture lignee.
Nelle vicinanze di Lanzhou si trovano le grotte buddhiste di Binglingsi. Non sono le grotte più belle della Cina ma il luogo è magico. Il paesaggio è imperdibile. Si prende una motolancia o un battello da un lago artificale che poi si immette nel fiume Giallo. Si chiama il bacino di Liujiaxia, che si staglia sul percorso del Fiume Giallo. Le acque del fiume Giallo sono veramente gialle e fangose grazie a tutti i sedimenti del loess, un sedimento eolico, che viene cioè originato dal trasporto e dalla deposizione di particelle da parte del vento. Ciò causa la particolare selezione granulometrica che lo caratterizza. Le montagne che si innalzano dal fiume hanno forme bizzarre e il colore della roccia (arenaria rossa) riprende il colore dell’acqua. La passeggiata dall’attracco del battello fino alle grotte è fenomenale. Si snoda lungo la montagna, rialzata rispetto all’insenatura.
Anche Binglingsi vanta un buddha gigante. È sì grande, ma non particolarmente elegante. Ci sono decine di nicchie sulle pareti della montagna, alcune con affreschi. Si dice che le sculture più antiche si trovano in alto, dietro il grande buddha. Si intravedono dal basso. Si vedono anche le belle apsare, questi esseri svolazzanti simili ad angeli. Bisogna pagare una bella somma per andare su. Direi che è una specie di aiuto finanziario per il mantenimento delle grotte (oppure va in tasca ai custodi?). Le autorità rialsciano una regolare ricevuta su carta di riso tutto scritto in cinese. Ma è molto pericoloso salire perché le scale di legno che raggiungono le sculture sono verticali e ci sono diverse rampe. Non bisogna soffrire di vertigini e bisogna essere molto atletici più per scendere che per salire. A parte questo particolare, vorrei ribadire che è un posto magico. Verso sera poi, quando il sole comincia a tramontare, tutto si tinge di rosso: il cielo, il fiume, le montagne, le sculture!
Riprendiamo la strada verso sud. Si entra in una zona tibetana chiamata Gannan. L’atmosfera cambia. L’ingresso è segnato da un piccolo tempio tibetano e tante bandiere di preghiera che annunciano l’arrivo in questo lembo tibetano del Gansu. Si sale fino a raggiungere Langmusi (3000 metri slm) a cavallo tra il Gannan e la provincia del Sichuan. Il villaggio è molto bello, sono tutte case basse con tegole di legno e muri fatti di fango e paglia dipinti di bianco. Ci sono due importantissimi monasteri. Nel 2001 non c’erano alberghi, soltanto dormitori. Dovevamo dormire in tenda ma piovigginava, le strade non lastricate erano fangose e il terreno zuppo d’acqua. Era già notte. Così decisi di dormire in una ‘guest-house’. Sono andato ad ispezionare due dormitori entrambi passabili (passabili per forza, non c’era altro) per la notte, comunque molto meglio che dormire in tenda con l’umidità e freddo. È stata un’esperienza che non si dimentica facilmente, anzi col tempo è diventata un mito. Abbiamo mangiato in un vecchio caffè (con le nostre scorte) e alla sera abbiamo incontrato un gruppetto di monaci. È stato un incontro molto simpatico e divertente.
Da Langmusi, per arrivare a Songpan nel Sichuan, si attraversano praterie di alta quota a perdita d’occhio. D’estate ci sono gli alpeggi, e, non esagero, ci sono migliaia di capi di bestiame tra yak, mucche e pecore. La prateria è disseminata di tende e uomini a cavallo. S’incontrano anche dei villaggi tibetani, poche case, ma di grande suggestione. È un percorso talmente bello che viene un nodo alla gola per l’emozione. Penso spesso a questo episodio: durante il viaggio ci fermiamo per una “sosta idraulica” e davanti al pullman si ferma un bellissimo esemplare di lupo. Ci osserva incuriosito, rimane fermo per qualche minuto e poi se ne va.
Non so se la poesia cinese che segue si riferisce a questa zona, non credo, ma l’amore che provo per questa terra si raccoglie in questi pochi versi: ‘quando nella terra del sud sui rami splenderanno quelle rosse bacche di primavera, prendine per me una bracciata, e a casa portala: simbolo sarà del nostro amore’.
Nelle vicinanze di Songpan si trova il parco di Huanglong. È molto gettonato, arrivano flotte di pullman da Chengdu, dal resto della provincia e dall’intera Cina. Il segreto è andare presto. Il paesaggio è incantevole. È una passeggiata lungo un percorso prestabilito, attraverso bacini terrazzati di calcare colorati di turchese, giallo, verde e bianco. Salendo lungo il sentiero si ha davanti una bellissima montagna innevata. Col sole è spettacolare. Con la pioggia è bello lo stesso ma, ahimè, la montagna si nasconde. È organizzato come un parco americano. Anche con migliaia di visitatori cinesi il paesaggio rimane intatto e spettacolare. Scendere poi verso Chengdu non è facile perché la strada è spesso interrotta per frane.
In seguito al terremoto del 12 maggio 2008, con epicentro nella contea di Wenchuan e di magnitudo 7,8 della scala Richter, l’autostrada nuova che stavano costruendo a mezza montagna è stata danneggiata. Non so com’è la situazione attuale. In un articolo che scrissi nel maggio del 2008 ho parlato di questo disastroso terremoto e non posso non ricordare le migliaia di persone che sono state sepolte dalle macerie e dal crollo della montagna, alcune delle quali probabilmente avevo conosciuto. Parlerò ancora della Cina, ma la prossima volta tornerò all’India, la mia passione!

lunedì 16 marzo 2009

Ningxia

Lascio l’India momentaneamente, come promesso, perché vorrei parlare della Cina e di un viaggio indimenticabile.
Il Ningxia è probabilmente una delle province cinesi meno conosciute. La prima volta che ci sono andato, con i miei amici di Viaggi di cultura, ho preso l’aereo da Pechino per Yinchuan, la capitale della provincia. La destinazione finale del volo era Dunhuang, nella provincia del Gansu, famosa per le sue meravigliose grotte buddhiste. Siamo scesi dall’aereo a Yinchuan e ci siamo incamminati verso l’areoporto, ma non si capiva dove andare. Poi vedo delle persone in uniforme gesticolare animatamente per farci tornare indietro e risalire sull’aereo. Pensavano che avessimo sbagliato destinazione e che dovessimo raggiungere Dunhuang. Dopo qualche insistenza finalmente hanno capito che Yinchuan era la nostra destinazione! In altre parole nessun turista, almeno allora, visitava questa piccola provincia.
Il Ningxia è una regione autonoma al confine con la Mongolia Interna. Qui si trova una maggioranza islamica, gli Hui. Sembra strano trovare una popolazione musulmana in mezzo alla Cina! Bisogna tornare indietro un bel po’ nel tempo per capire la situazione. Nell’XI secolo i Tanguti stabilirono la dinastia degli Xia occidentali (Xixia è il nome cinese). Nel XIII secolo la regione fu conquistata da Genghis Khan. Quando i mongoli se ne andarono e la loro influenza diminuì, musulmani di lingua turca iniziarono ad arrivare da ovest. Successivamente ci furono tafferugli tra gli Han e gli Hui, dico tafferugli per usare un eufemismo perché in realtà ci furono degli scontri piuttosto aspri.
Il Ningxia è attraversato dal sognante Fiume Giallo. La presenza continua del fiume è romantica. Lungo il fiume l’agricoltura è fiorente e si produce soprattutto riso e cotone. La parte settentrionale della provincia è desertica, alle propaggini del deserto del Gobi. Man mano che si scende verso sud il paesaggio cambia. Da un paesaggio molto arido si passa ad una campagna più verde e fertile.
Siamo rimasti stupiti davanti alle tombe Xixia, non lontano dal capoluogo Yinchuan, dove si trovano i resti di nove grandi tombe reali. Sono impressionanti e sembrano delle piccole piramidi. La suggestione non è data tanto dalla bellezza dei mausolei in sé, che sono abbastanza rovinati, ma dall’insieme, dal vederli in un contesto aspro, desertico, alle propaggini della catena montuosa dello Helanshan. È una dinastia poco conosciuta, ma pensate, i tanguti tradussero tutto il canone buddhista cinese nella loro lingua (del ceppo tibetano-birmano).
Ci sono altre cose da vedere in questa provincia, per menzionarne alcune: i 109 stupa buddhisti situati sulla riva, anzi su un pendio del Fiume Giallo, il fantasmagorico tempio a Zhonghwei con molteplici tetti spioventi, scale che collegano le innumerevoli sale, draghi in abbondanza, insomma un insieme alquanto soprendente. Si rimane sbalorditi viaggiando per questa provincia dall’abbondanza di moschee nuove che sono state costruite. Hanno tutte lo stesso stile e naturalmente sono state costruite sotto la ‘tutela’ del governo centrale di Pechino. Abbiamo visitato una moschea ‘antica’ lungo il percorso verso sud, che sembra una piccola fortezza. La cosa sorprendente è che non si direbbe mai che è una moschea, bensì un tempio buddhista o confuciano.
Verso il confine con la provincia del Gansu si trovano delle interessanti grotte buddhiste con il ‘solito’ buddha gigante. Bellissimo il colore del terreno, rosso intenso, soprattutto quando piove. Ci sono anche dei bellissimi mercati ‘agricoli’ nel Ningxia. Si distinguono gli Hui dagli Han dal copricapo. I signori hanno un cappello bianco mentre le donne hanno un velo bianco che copre la testa. Senza questo ‘marchio’ sembrano cinesi Han. Sono molto affabili e disposti a parlare o a sorridere perché conversare è praticamente impossibile senza un interprete. Abbiamo visitato qualche famiglia contadina e siamo stati accolti con gentilezza. Una delle cose più sorprendenti è una cittadina nel sud della provincia, Guyuan, dove si trova un museo strepitoso, inaspettato. La prima volta che ho visitato Guyuan era di lunedì, la sua giornata di chiusura. Ma hanno aperto per noi e siamo stato accompagnati dal curatore del museo stesso e da altri ufficiali. Una pacchia! Sono stato poi altre volte, non di lunedì, ma non c’era nessuno lo stesso. Peccato!
Da Guyuan si entra nel Gansu attraverso una zona montuosa e collinare di grande bellezza. Tutte le montagne sono state terrazzate minuziosamente da mano umana. Ogni ‘centimetro’ è stato modificato per le coltivazioni. È incredibile perché sono decine e decine di chilometri di percorso in mezzo a questa opera d’arte. Ho nostalgia di quelle linee perfette che inducono a pensare alle fatiche dei contadini. È una poesia, un capolavoro, anche se chi li ha fatti non sapeva né leggere né scrivere. Vorrei citare una poesia cinese chiamata ‘la festa della montagna’ che mi evoca quel momento: ‘Mentre solo dimoro in terra straniera, una doppia nostalgia soffro in questo giorno: i miei fratelli salgono pel monte portando rami di corniolo, ognuno il suo, ed il mio ramo manca’.
Parlerò ancora di questo incredibile viaggio in un’altra occasione.

giovedì 5 marzo 2009

Bhopal

Prometto che la prossima volta cambierò argomento e non scriverò di India, bensì di un altro paese. Ma oggi vorrei parlare di Bhopal, conosciuta per il disastro chimico ma molto meno per la sua cultura.
Bhopal è la capitale dello stato indiano del Madhya Pradesh (che vuol dire stato centrale), tristemente famoso per il disastro chimico-industriale del 1984 causato dalla fuga di 40 tonnellate di isocianato di metile, altamente tossico e irritante e rischioso per la salute umana, prodotto dalla Union Carbide, azienda multinazionale americana produttrice di pesticidi. Probabilmente sono morte più di 10.000 persone, anche se le cifre ufficiali sono molto più basse. È veramente triste pensare a quello che è successo. Durante una delle mie visite a Bhopal una signora, nostra guida locale, ha raccontato la sua esperienza e quella della sua famiglia durante quei momenti terribili. Non sto a raccontare la sua storia.
A parte questo fataccio Bhopal è una città molto verde. Fu fondata dal re di Parmara, Bhoj (1000-1055). Egli creò un lago artificiale sbarrando con una diga di terra il corso del fiume. È costruito a semi-circolo attorno all’Upper Lake (grande) e Little Lake (piccolo). Il museo archeologico di Bhopal è stato riallestito in un edificio nuovo alcuni anni fa ed è assolutamente strepitoso, sia per l’architettura del museo sia per la mostra permanente. C’è un altro Museo di grande interesse chiamato il Museum of Mankind, è un museo molto importante che studia l’habitat e le usanze dei numerosi gruppi etnici presenti nello stato. È allestito molto, molto bene con spazi anche aperti dove si possono vedere le ricostruzioni abitative. Ha una biblioteca di prim’ordine. Non è il solito museo ‘etnografico’ che di solito ci dà sui nervi, dove si ricostruiscono episodi di vita tribale in carta pesta. È una cosa seria, un approfondimento notevole per capire le usanze dei tribali con un archivio di prim’ordine.
Mi piace poi l’albergo a Bhopal, precedentemente un vecchio palazzo coloniale (IX sec.) ora ingrandito con un’ala nuova. A me piace molto l’atmosfera. Ci starei un mese. È molto bello fare la prima colazione nel cortile interno sotto il grande mango. È così romantico. Uno dei pranzi più buoni (buffet) che ho mai mangiato in India è stato proprio qui al ristorante dell’albergo. Veramente eccezionale! I due musei menzionati sopra valgono il viaggio. Nei dintorni comunque ci sono cose strepitose da vedere. Non parliamo dell’importantissimo sito buddhista di Sanchi. Il grande stupa (reliquario) fu commissionato originariamente dall'imperatore Ashoka il Grande nel III secolo a.C. Sono stati apportati molteplici rimaneggiamenti e aggiunte durante i secoli, ma lascio queste spiegazioni a chi sa molto più di me di arte buddhista. Il generale Taylor, un ufficiale britannico, fu il primo occidentale che abbia documentato per iscritto l'esistenza di Sanchi. All’inizio del XX secolo le strutture vennero portate al loro aspetto attuale sotto la supervisione del famoso archeologo John Marshall. Nei dintorni di Bhopal, presso un piccolo villagio arretrato di bhojpur, si trovano i resti di un tempio molto interessante. Come indica il nome, il tempio dedicato a Shiva è stato commissionato da Raja Bhoj, che fondò la città di Bhopal. Il ‘lingam’ di Shiva, che in termini metafisici rappresenta la forma dell’assoluto, è forse il più grande dell’India, oltre 5 m., costruito da un unico pezzo di roccia posizionato su una base massiccia. Forse il tempio è più per intenditori ma è di grande fascino anche la sua posizione nel piccolo villaggio. Non lontano si trova un tempio jain che probabilmente fu originariamente costruito nello stesso periodo del tempio indù. È rimasta una cella ‘antica’, ma a causa della voglia di rinnovare e abbellire, sembra di entrare in un parco di divertimento. La mia intenzione non è di essere blasfemo, per carità, ma certamente il gusto del nuovo è assai diverso dal gusto antico!
Tutta la zona è ricca di monumenti praticamente sconosciuti dalla maggioranza. Sono chicche esclusive, direi. Il problema è che fuori Bhopal non ci sono strutture alberghiere degne di questo nome e bisogna arrangiarsi, ma credetemi vale la pena subire disagi per addentrarsi nel cuore dell’India. Parlando di cuore vorrei finire il racconto con un’altra poesia del famoso poeta bengalese Tagore:
Non nascondere il segreto del tuo cuore, amico mio!Dillo a me, solo a me ,in confidenza. Tu che sorridi così gentilmente, dimmelo piano, il mio cuore lo ascolterà, non le mie orecchie. La notte è profonda, la casa silenziosa, i nidi degli uccelli tacciono nel sonno.
Rivelami tra le lacrime esitanti, tra sorrisi tremanti, tra dolore e dolce vergogna,
il segreto del tuo cuore.
Arrivederci alla prossima settimana.

venerdì 27 febbraio 2009

Orissa

Sempre India. Non c’è niente da fare, torno sempre in India. È irresistibile. Ti prende l’anima.
Vorrei parlare dell’Orissa, stato indiano orientale, che ha il primato di avere più templi indù di qualsiasi altro stato indiano. È vero che si sente parlare di violenze tra indù e cristiani, ma queste avvengono nelle zone rurali tribali dell’Orissa occidentale. Ora parliamo invece dell’Orissa orientale, vicino alla costa.
Il capoluogo, Bhubaneshwar, significa il Signore dell’Universo ed è legato strettamente al culto di Shiva. Ci sono dei templi straodinari come, ad esempio, Mukteshwara (X sec.) con il cortile lastricato, cinto da un basso muro perimetrale; l’accesso al tempio è contrassegnato da un torana (specie di arco) che presenta un ricco addobbo scultoreo. Sono bellissime le colonne scolpite con serpenti (naga) attorcigliati, coppie di amanti, fanciulle divine e naturalmente Shiva, Parvati e Ganesha. Anche il tempio di Vaital-Deul (VIII sec.) è straordinario. È un piccolo tempio noto per l’insolita architettura, per l’incredibile ricchezza decorativa dell’ornato e l’eleganza delle sue sculture. Il santuario è oblungo a tre navate, sormontato da un tetto piatto. Ci sono decine di altri templi nella città e nei dintorni.
La campagna dell’Orissa è molto bella. Assomiglia all’India merdionale, rigogliosa e molto fertile. Prendendo la strada per il famoso tempio del Sole (Surya) di Konarak il paesaggio è molto verde con palmeti, coltivazioni di riso, canna da zucchero, banani, manghi ecc. Le campagne nascondono tesori inaspettati come un bellissimo tempio tantrico probabilmente risalente al IX secolo dedicato a Varahi, una delle otto divinità-madri, associata a Varaha (incarnazione di Vishnu in forma di cinghiale). Si trova in una situazione rurale di grande suggestione. Vicino al tempio c’è un villaggio ancora con le vecchie case di fango e i tetti di paglia. Konarak è poco distante dal Golfo del Bengala dove si trova il maestoso tempio dedicato a Surya la cui struttura riproduce quella del carro del Sole, con dodici coppie di ruote e sette cavalli impegnati nel traino. L’intero complesso architettonico è letteralmente coperto di sculture a tutto tondo e di rilievi, da mozzafiato! Puri, proprio adagiata sul golfo, è un importante luogo di pellegringaggio. Il grandioso tempio di Jagannatha è interdetto ai non-indù. Il culto di Jagannatha è tipico dell’Orissa soltanto. È una forma locale di Krishna (avatara o manifestazione di Vishnu). In realtà tre sono le immagini di culto venerate nel tempio: con Jagannatha si trovano suo fratello Balarama e sua sorella Subhadra, un bel trio. Sono immagini stranamente arcaiche, scolpite nel legno e dipinte di bianco, nero e giallo, una grande testa senza collo si innesta su un corpo informe e privo di arti che ricorda quello di un pupazzo. Il trio è molto carino e sembra un gioccatolo per bambini. Jagannatha è particolarmente amato dai senza-casta perché promette la redenzione di tutti gli uomini senza distinzione di casta!
Sempre a Puri è incredibile il villaggio di pescatori (villaggio per modo di dire, perché conta circa 50.000 abitanti!). I pescatori provengono da Andhra Pradesh, uno stato indiano a sud dell’Orissa. Provengono da Andhra Pradesh prima perché non è una tradizione degli abitanti di Orissa di fare i pescatori (sono agricoltori) e secondo per la pescosità del mare. L’ultima volta che sono andato i pescatori erano fermi per una festa, non mi ricordo quale, e tutti i battelli erano arenati sulla spiaggia. Era uno spettacolo vedere centinaia e centinaia di battelli a perdita d’cchio sulla riva del mare. Abbiamo parlato con la gente, tutti molto affabili e soprattutto curiosi. L’Orissa offre ancora molto di più: importantissimi siti buddhisti, templi e santurari indù sparpagliati per tutto il territorio, villaggi perduti nel tempo. L’Orissa è anche nota per le sue minoranze etniche. Soltanto sentire l’espressione minoranze etniche mi dà noia e poi il pensiero di andare nella foresta a fotografarle come se fossero alieni provenienti da un altro pianeta mi da fastidio. Non disdegno vederle ma non vado apposta. Visitarle è diventato popolare in quest ultimi anni ma il turismo li ha resi ‘falsi’. A volte provengono dalla città, si cambiano, attendono i turisti, e poi si ricambiano e rientrano con la loro moto! Niente di male! Sono contento che si siano evoluti…mah! Anche dire evoluti mi sembra poco appropriato! Sarà molto meglio lasciarci con una poesia d’amore di Rabrindanath Tagore:
"Vorrei dirti le parole più vere, ma non oso, per paura che tu rida. Ecco perché mento, dicendo il contrario di quello che penso. Rendo assurdo il mio dolore per paura che tu faccia lo stesso."

venerdì 20 febbraio 2009

BANGLADESH SÌ, BANGLADESH NO

Tempo fa ho descritto alcuni episodi di un mio viaggio in Bangladesh. Ci vuole una fortissima motivazione per recarsi in questo paese, visto che è martoriato da mille problemi, dalla fame alla sicurezza, dai disastri climatici alla sovrappopolazione. Recarsi in un paese come il Bangladesh, dove ci sono miseria nera, malattia e fame è fuori questione, pare impensabile. In realtà recarsi in Bangladesh è molto meno peggio di quello si pensa. L’altra volta avevo descritto la rigogliosa campagna. Vedere tutti i campi ordinati e lavorati non dà un senso di squallore. Al contrario! Certo si visita il paese durante la stagione ‘secca’, d’inverno. D’estate, come sappiamo, le alluvioni sono frequenti. Pensate che il territorio del Bangladesh è per la maggior parte sotto i 10 metri slm, e si ritiene che quasi il 10% della regione verrebbe inondata se il livello del mare crescesse di un metro! La capitale Dacca è un inferno, d’accordo, ma le città minori sono vivibili.
La gente è molto cordiale e ospitale. Dato che in Bangladesh si vedono pochi turisti, gli abitanti locali sono molto curiosi e si affollano attorno a loro. I siti archeologici poi sono notevoli. Il monastero buddhista di Paharpur, per esempio, è grandioso: è considerato il più grande monastero a sud dell’Himalaya. L'aspetto del santuario, piramidale a base cruciforme, ha influenzato costruzioni coeve del sud-est asiatico. Nei dintorni sono stati ritrovati numerosi oggetti di terracotta, monete, statuette con immagini divine e ceramiche, che sono conservati nei musei di Paharpur e Rajshahi. Attorno alla base del grande santuario si trovano delle belle formelle di bassorilievi in terracotta con scene di persone e animali. Forse questo sito archeologico è il più bello del Bangladesh, ma ce ne sono tanti altri sparsi per il paese. Non è un paese grande e si può percorrerlo abbastanza facilmente in poco tempo.
Fuori Dacca, dove si trovano alberghi a 5 stelle, le strutture ricettive sono modeste ma più che accettabili. Spesso nei ristoranti degli alberghi non servono cucina bengalese bensì internazionale, tendente all’inglese. Diversamente dall’India, dove si mangiano cibi ottimi ma speziati dappertutto, in Bangladesh danno piatti insipidi ai visitatori. Forse è il cuoco che decide di preparare un menu inglese quando sa che gli ospiti sono turisti stranieri occidentali. Chi non ama le spezie gioisce, ma chi ama la vera cucina indiana brontola! Comunque, a parte queste considerazioni, che hanno una importanza relativa, il Bangladesh sorprende.
La vita culturale del paese si concentra a Dacca, sede della Bangla Academy, istituzione che si occupa dello sviluppo e della promozione della lingua e letteratura bengalese. A Dacca si trovano inoltre la biblioteca principale del paese (presso l’università) e il Museo Nazionale del Bangladesh, ricco di splendide collezioni d’arte e di reperti archeologici, una vera goduria. Nell’Università di Rajshahi invece ha sede il Museo Varendra, importante centro di ricerca archeologica, antropologica e storica.
Il Bangladesh è un paese molto, molto forte. Fa sempre parte del subcontinente indiano ma, mentre India e Pakistan sono paesi più conosciuti e visitati, problemi di terrorismo a parte, non è frequentato dai turisti. Primo perché non viene proposto praticamente da nessuno, secondo per la miseria che caratterizza il paese, terzo perché si pensa che non ci sia niente da vedere. Come ho sottolineato all’inizio di questo racconto, ci vuole una fortissima motivazione per recarsi in Bangladesh, dettata dalla voglia di scoprire nuovi orizzonti e soprattutto di approfondire argomenti come il buddhismo e l’induismo, anche se ora, al novanta percento, la popolazione è di religione islamica. È una grande avventura!
Vi lascio con un aforismo del poeta bengalese Tagore, nato dall’altra parte della barricata, nel Bengala Occidentale-India, ma allora tutt’uno con il Bangladesh: “Quando una religione ha la pretesa di imporre la sua dottrina all’umanità intera, si degrada a tirannia e diventa una forma d’imperialismo”.

venerdì 13 febbraio 2009

IRAN

Sono stato in Iran per la prima volta nel 1992 e mi sono trovato benissimo. Spesso si vedono in televisione migliaia di donne in chador color nero, come corvi, inneggiare al potere teocratico e gridare slogan contro gli Stati Uniti, in apparenza tutte esaltate. Aspettavo di trovare freddezza, invece la gente (uomini e donne) ti saluta con molto garbo dicendo ‘Benvenuto in Iran’. Ogni volta che sono tornato in Iran ho avuto la stessa esperienza, ho incontrato persone gentili e affabili. Molte famiglie ti fermano per chiedere informazioni sulla tua provenienza o per chiedere cosa ne pensi dell’Iran ecc. Nelle zone rurali ho anche incontrato persone che si sentivano libere di parlare senza essere spiati e che si lamentavano della situazione politica. Mi ricordo di aver incontrato una famiglia che stava vistando un sito archeologico: lui era un professore e si lamentava della sua paga e delle condizioni di lavoro.
Tehran, la capitale, è una città senza capo né coda, poco attraente. Come in tutte le megalopoli del mondo, la gente non ha tempo di chiacchierare e neppure di sorridere. Fuori dalla capitale però è tutta un’altra cosa. Nel 1992, ma anche fino a poco tempo e forse ancora oggi, c’erano striscioni fuori dagli alberghi di Tehran con ‘Down America’ o qualche cosa di simile (non mi ricordo le parole esatte, ma comunque si capisce qual è la sostanza dello slogan!). Nel 1992 molti dicevano anche ai nostri amici che si sono iscritti al viaggio ‘ma siete matti di andare in Iran, lì sono tutti esaltati, è pericoloso!’. La realtà è ben diversa, almeno tra la gente ‘comune’. Non ho mai sentito di essere in pericolo né ne ho mai avuto il minimo sentore.
L’Iran è un paese meraviglioso, talmente intriso di storia che un solo viaggio non è assolutamente sufficiente per apprezzare appieno la sua storia e la sua cultura. Il viaggio classico, cioè Tehran, Shiraz (Persepoli) e Isfahan, è grandioso ma ci sono tante altre cose da vedere. Per esempio le chiese armene nella parte nord-occidentale dell’Iran, confinante con Turchia, Armenia e Azerbaijan. Le chiese armene sono di grande suggestione, possono essere un po’ ripetitive ma si trovano in un paesaggio talmente bello che è una goduria totale. Poi c’è la parte sud-orientale verso il Pakistan. Non è il caso di andare oltre Bam per via di predoni e spacciatori di droga che frequentano il deserto. La bellissima cittadella di Bam fu completamente distrutta da un potente terremoto alla fine del 2003. Nel 2004 il principe di Galles, Carlo, si recò a Bam per solidarietà. Si sta ricostruendo la cittadella, credo con l’aiuto di un’equipe giapponese. Non posso non ricordare le innumerevoli vittime del terremoto che distrusse circa il 70% della città nuova di Bam.
Nel 1992 abbiamo fatto un percorso piuttosto lungo e nei centri piccoli gli alberghi erano molto modesti, ma sempre gestiti con tanta buona volontà. La situazione è migliorata notevolmente da allora. Mi ricordo a Hamadan, l’antica Ecbatana, nel nord-ovest dell’Iran, in un modesto albergo, una donna spazzava il pavimento con una saggina. Si alzava la polvere e si depositava da un’altra parte! Trovandosi sulla via della seta in una posizione strategica, fu una città di grande commercio e scambi nei giorni che furono.
Un viaggio in Iran va fatto. Certo le donne devono coprirsi il capo, le braccia e le gambe, ma non devono pensare che sia obbligatorio coprirsi con il chador. Non è richiesto. Basta un foulard in testa, un paio di pantaloni non stretti e sopra un vestito abbastanza largo che arrivi fino al ginocchio. Se non si indossano pantaloni è sufficiente indossare un vestito lungo fino alle caviglie con maniche lunghe e naturalmente un fazzoletto in testa. Per gli uomini è meglio avere la camicia con le maniche lunghe. Credo che molte donne iraniane non ne possano più di indossare il chador, ma sotto hanno le magliette e i blu jeans. Non sarebbe permesso guardare i canali in lingua straniera ma quasi tutti hanno l’antenna (il cosiddetto ‘disco’). Ogni tanto il governo interviene ma una settimana dopo le antenne appaiono di nuovo. Insomma è un popolo allegro e simpatico.

venerdì 6 febbraio 2009

BOMBAY

Dopo i fattacci di Bombay (Mumbai), vorrei parlare ancora di questa città incredibile, autoproclamatasi urbs prima in Indis. Molte volte mi domando come faccia Bombay ad andare avanti. È una megalopoli con una quindicina di milioni di abitanti. Ha dei grossi problemi di funzionamento. Molti condomini, anche quelli nuovi, non ricevono acqua per molte ore al giorno e spesso nei piani alti arriva soltanto di notte. Forse per la forte umidità, le case sono fatiscenti e anche quelli nuovi si deteriorano molto presto. Bombay ha la bidonville più grande dell’Asia, una vera città nella città. Milioni di persone non hanno servizi igienici. Esistono bagni comuni ma sono talmente stipati che le persone preferiscono fare i loro bisogni fuori. Le donne escono a fare i loro bisogni soprattutto di notte, per non essere viste. Insomma è una situazione difficile!

Eppure Bombay è anche una città elegante, ha una bellissima passeggiata lungo la baia, edifici coloniali di prim’ordine come Victoria Station, il Museo Prince of Wales, il vecchio Taj Hotel, Crawford Market, l’Università, l’Alta Corte e molti altri. Alcune delle vecchie case di Bombay hanno dei bellissimi balconi in ferro battuto, altre in legno. Di solito non si ha mai la possibilità di visitare Victoria Station, perché i pullman turistici non possono fermarsi. Bisogna andarci a piedi oppure prendere un taxi. Vale la pena visitarla e non soltanto per l’architettura. Sembra un po’ St. Pancras Station di Londra, ma è ancora più imponente. Centinaia di migliaia di persone arrivano in città dai sobborghi ogni giorno. E’ sorprendente vedere quanti treni entrano ed escono, soprattutto durante gli orari di punta. Gli scompartimenti sono stipati, alcuni non hanno sedili, si rimane in piedi. Quando i passeggeri scendono sui binari, la folla è immensa.
Ho preso il treno da Victoria Station più volte. Una volta per andare ad Ambarnath, una cittadina a nord di Bombay, dove c’è un antico tempio dedicato a Shiva risalente al nono secolo. È un po’ in rovina ma è aperto al culto. Ci sono sempre tanti adoratori che fanno la fila per recarsi nella cella interna e offrire incenso e fiori alla divinità. La ricca decorazione scultorea rende il tempio di grande interesse. Come sapete, spesso i templi sono vicino ai corsi d’acqua, e Ambarnath non è da meno. Ma il corso d’acqua è maleodorante e sudicio. Peccato, ma Bombay è così. Non credo che valga lo sforzo di fare un’escursione in pullman. Uscire da Bombay in macchina è sempre traumatico. Prendere il treno suburbano da Victoria Station per Ambarnath è di per sé un’esperienza, credo che ne valga veramente la pena. Poi dalla stazione di Ambarnath si può prendere un triciclo fino al tempio, oppure andare a piedi. Basta seguire la folla!
Il porto di Bombay è uno dei più importanti del subcontinente indiano. Andando all’isola Elephanta dalla Porta dell’India, si intravede in distanza il porto commerciale. È sorprendente come i ‘terroristi’ siano riusciti ad arrivare in gommone con tutte le loro armi e granate. Ci sono diversi bastimenti militari nella baia!
Per conoscere bene Bombay bisogna girarla a piedi: un’impresa difficile, perché le distanze sono notevoli. Bisognerebbe dedicare una giornata intera a gironzolare per Colaba, la zona della Porta dell’India, osservare gli edifici, fermarsi nei negozi, visitare il mercato di Crawford, entrare nella stazione di Victoria, e visitare il Museo, che ha una ricca collezione archeologica e contiene anche una bellissima collezione di miniature.
Insomma Bombay è una metropoli sorprendente, sia nel bene che nel male. È un crogiuolo di umanità, pullula di umanità. I nuovi condomini sovrastano la bidonville. Non credo che coloro che abitano nelle catapecchie gradirebbero vivere in un alveare, anche se gli appartamentini dispongono di servizi privati.
Il santo protettore di Bombay è Ganesha, il Signore del buon auspicio, direi adatto ad una città così dinamica, centro dell’economia del subcontinente. La festa in onore di Ganesha a Bombay è molto sentita ed è frequentata da milioni di persone. Non è necessario andare a Bombay per vedere la festa, ce n’è una anche a Parigi!!
Un libro straordinario da leggere su Bombay è Maximum City di Suketu Mehta. Salman Rushdie ha scritto di questo libro: “Straordinario... La qualità investigativa del reportage di Mehta, l'abilità con cui persuade gangster e assassini a raccontare le loro storie, sono sorprendenti. È il miglior libro scritto finora su questa grande metropoli in rovina, e merita assolutamente di essere letto”.