mercoledì 28 aprile 2010

IMPREVISTI (LUNEDI’ 26 APRILE 2010)

La settimana scorsa è stata una settimana di fuoco, quasi letteralmente, a causa del vulcano islandese dal nome impronunciabile… comunque non perderei neanche un secondo per registrarlo nella mia mente. L’unica cosa che so è che inizia con la E. Ha causato una situazione insostenibile negli aeroporti per diversi giorni e purtroppo il nostro viaggio da Dallas a San Francisco è saltato… diciamo posticipato. Quattro dei membri del gruppo che chiamiamo ‘I quattro della Frontiera’ (La Frontiera è il nome del gruppo) sono riusciti ad arrivare in America da Monaco il 16 aprile, ma purtroppo gli altri 14 sono rimasti bloccati a Francoforte. Sono dovuti rientrare in Italia in treno senza le loro valigie. Domani (27 aprile), inshallah, partono per Dallas. ‘I quattro della Frontiera’ sono rimasti bloccati a Charlotte, in North Carolina, senza la possibilità di rientrare in Italia. Avrebbero dovuto aspettare sette o otto giorni per rientrare in Italia. Per ‘ammazzare’ il tempo siamo riusciti a portarli a Boston e poi a New York. Nel frattempo il prof. Stefano Cammelli è partito (giovedì 22 aprile) per San Francisco e lo stesso hanno fatto ‘I quattro della frontiera’ che hanno preso un volo da New York. Il tutto è stato rigorosamente fatto da noi, in ufficio, grazie alla tecnologia e ai biglietti ‘elettronici’. Così giovedì sera si sono incontrati felicemente a San Francisco presso l’albergo. Ora sono tra El Paso e Odessa nel Texas. Domani (sto scrivendo il 26 aprile) raggiungono Dallas. Depositano la macchina all’aeroporto di Dallas e incontrano il gruppo dall’Italia. Così, alla fine, faranno l’itinerario previsto, riprogrammato, lo stesso identico percorso, solo posticipato. Insomma è stata una sorta di odissea. Uno dei problemi maggiori è stato il fuso orario tra la California (dove si trova il nostro corrispondente) e noi. Ci sono 9 ore di differenza. La California è nove ore indietro. Perciò quando noi andiamo a letto, i californiani cominciano a lavorare. Inoltre non si sapeva esattamente quando il traffico aereo sarebbe stato ripristinato del tutto e in aggiunta non si sapeva se il maledetto vulcano avesse continuato a sputare in alto le sue benefiche ceneri!

Comunque, ora la ‘turbolenza’sembra passata. Quando si viaggia attorno al mondo bisogna essere preparati agli imprevisti e alle situazioni inattese. Mi ricordo quando nel mese di gennaio del 1993 eravamo in India del Sud e proprio in quei giorni ci sono stati degli scontri violenti tra Indù e musulmani a Bombay. Praticamente non si riusciva ad arrivare in città o ad andare dalla città all’aeroporto. Siamo partiti da Madras (Chennai) la sera prima rispetto al programma originale (allora non c’erano voli diretti da Madras all’Europa). Siamo arrivati a Bombay all’una di notte. Doveva venire a prenderci il bus dell’albergo Leela Kempinski agli arrivi nazionali. Però non c’era nessuno ad aspettarci così chiamo l’hotel che ci dice malinconicamente che il pullman non sarebbe arrivato a causa di assembramenti di ribelli lungo la strada… troppo pericoloso. A questo punto cosa facciamo? Rimaniamo in aeroporto tutta la notte? Allora gli spazi comuni dell’aeroporto nazionale erano fetidi e infestati da zanzare. Chiedo ai taxisti. Eravamo in 16 e con molta insistenza sono riuscito a trovare 4 baldi taxisti disposti a portarci pagando una follia (credo che abbiano costruito la casa con i soldi ricevuti). Potete immaginare 4 passeggeri per taxi + l’autista + le valigie (sapete che molti hanno dei bauli). Non so come abbiamo fatto ma, stracolmi, abbiamo attraversato strade deserte incontrando di tanto in tanto assembramenti di persone vicini a fuochi accesi. I taxisti guidavano come pazzi (giustamente) e a zig-zag per evitare di essere fermati. Insomma siamo arrivati sani e salvi, ma molto provati. Mi sono preso una bella responsabilità! Lo scalo nazionale non è insieme allo scalo internazionale anche se l’area dell’aeroporto è la stessa. L’albergo Leela Kempinski dista una ventina di minuti dallo scalo nazionale mentre si trova praticamente di fronte allo scalo internazionale. Siamo riusciti ad avere più o meno tutte le camere in un arco di un’ora. Sono stato l’ultimo ad occupare la camera dopo aver bevuto credo una quindicina di tazze di tè. Vado a letto ma solo per pochi secondi. Sento il rumore di zanzare attorno a me. Mi alzo, gli dò la caccia, ne spatacco qualcuna (la parete si macchia di rosso). Ma loro continuano a ronzare imperterrite. Guardo la finestra: è chiusa. È un mistero. Da dove vengono? Dopo una notte insonne, al mattino nella luce del giorno ispeziono la finestra di nuovo e vedo una piccola apertura quasi impercettibile da dove entrano le zanzare. Potete immaginare il seguito: mi sono precipitato giù alla ricezione e gliene ho dette di tutti i colori. Oggi la situazione a Bombay è migliorata notevolmente per quanto riguarda l’igiene. Leela Kempinski è un albergo di superlusso, molto bello e pulito, ma allora la città era sporca, piena di immondizia per la strada. Oggi la situazione è cambiata, perciò non temete. Per concludere, non siamo riusciti a visitare Bombay. Siamo rimasti in albergo tutto il giorno a non fare nulla e riposare. Comunque siamo riusciti a recarci alle partenze internazionali senza intoppi.

Gli imprevisti sono sempre in agguato quando si viaggia. Ripensando poi a quello che è successo quando si torna a casa diventa un argomento di conversazione, quasi un vanto di aver superato certi imprevisti!

Il prossimo racconto sarà molto più romantico.

lunedì 19 aprile 2010

IL MONDO

È da un po’ che non scrivo e mi dispiace. Purtroppo è stato un periodo convulso e mi sono arenato un pochino. Ma eccomi qua di nuovo a fare qualche riflessione. Il mondo diventa sempre più piccolo ma nello stesso tempo sempre più lontano. Sembra una contraddizione ma non lo è. La globalizzazione ha unito i popoli sotto diversi aspetti: scambi commerciali, business, finanza, nazioni multietniche. Internet perversa. Un secondo dopo un avvenimento catastrofico o meno siamo bombardati di supposizioni di quello che sembra stia accadendo. Le notizie poi si gonfiano, si allargano, si ingrandiscono oppure si perdono nell’oblio. Siamo globali ma siamo ancora più distanti. Guardiamo a volte con noia persone che arrivano da noi da paesi in via di sviluppo. Ci rendiamo conto che la mentalità, i costumi sono così diversi che c’è chi li ignora completamente. Non voglio fare un discorso alla Cammelli, che probabilmente troverebbe le mie parole riprovevoli, ma voglio parlare del mondo, delle meraviglie che il monda cela, a volte - meno male - gelosamente. Il Pakistan per il momento è ‘off-limits’ ma mi vengono i brividi giù per la schiena quando penso alla maestosità delle vette, della Valle di Hunza, incastonata tra picchi irreali, sotto la grandezza di Rakaposhi. Il verde intenso della valle contrasta con le immani pareti rocciose che si alzano verticalmente per poi diventare di un bianco candido e splendente… sono le nevi perenni e i ghiacciai, alcuni dei più immensi della terra. E che dire del Taj Mahal ad Agra, il mausoleo più famoso del mondo. È un deja-vu? Lo vediamo fotografato ovunque. Ma quando ce lo si vede davanti, maestoso, poderoso ma anche soave, elegante e avvolto da un’aureola luminosa, uno si rende conto che la realtà della visione è strabiliante. E la città di Calcutta? Caotica, inquinata, una massa umana, edifici fatiscenti, povertà. Sì, è tutto questo, ma viverla ti rende una persona migliore. Gli edifici coloniali con la storia del raj britannico, città nata dal nulla in un acquitrino malsano, scelto per la posizione strategica ma anche per la ricchezza del suolo alluvionale e la produzione di jutta. E che dire dei quartieri popolari, i templi dedicati alla dea Kali, patrona della città, l’orfanotrofio di Madre Teresa di Calcutta, il fiume Hooghly, i musei, la sua storica università? È la città delle belle arti e della cultura. Si respira non soltanto l’inquinamento ma anche tutto questo. E che dire di Kyoto in Giappone, con i suoi innumerevoli templi e giardini zen, la pace di questi posti, la natura che viene ‘scolpita’ da mano umana? E il Perito Moreno in Patagonia? È un immenso ghiacciaio che si spinge nel lago argentino. Il ghiacciaio pulsa, è vivo, perché è uno dei pochi ghiacciai in continuo movimento. È incredibile osservarlo dalle piattaforme e contemplare il fronte del ghiacciaio dove enormi blocchi di ghiaccio crollano con uno strepitio da brivido… uno spettacolo veramente avvincente e indimenticabile. E che dire della città armena di Ani, oggi in territorio turco e confinante con l’Armenia? Fu conosciuta come ‘la città delle quaranta porte’ e la ‘città dalle centouno chiese’ rivale addirittura di Costantinopoli. Oggi rimangono delle suggestive rovine. È un piacere camminare tra le rovine delle antiche chiese, alcune ancora affrescate in parte. E le isole Eolie? Roma? Segesta? Stonehenge? Si potrebbe andare avanti. Davanti a questi capolavori della natura e dell’opera dell’uomo non ci sentiamo piccoli? Si, è vero, siamo allarmati da tutto ciò che succede nel mondo, dai ‘venti sferzanti’ che ci colpiscono tutti i santi giorni ma se ci fermiamo e riflettiamo sulle bellezze della terra, del sapere, dell’arte, della letteratura… allora ci sentiamo meglio e affrancati per affrontare le prove di tutti i giorni. Viaggiare anche in mezzo a tante difficoltà ci dà la gioia di vivere.

venerdì 12 marzo 2010

L'INDIA E GLI INDIANI

Perché ritornare in India così tante volte? A parte i motivi di lavoro, l’India ti cresce dentro e non ti abbandona. È un paese di una ricchezza culturale sconvolgente e di un’umanità unica nel mondo. Si trova di tutto: guru o rinuncianti che girano nudi senza possedere assolutamente niente, neanche un fazzoletto, rinuncianti che si mettono in posa magari con un braccio alzato senza mai abbassarlo fino a che le giunture si bloccano; rinuncianti che si fanno crescere i cappelli senza mai tagliarli. C’è anche la ‘casta’ degli eunuchi, noti come hijras, parola che significa "impotente". Non si considerano né uomini né donne, e di solito adottano nomi femminili e si vestono da donne. Molti sono nati con deformazioni genitali, una piccola percentuale è ermafrodita e altri sono omosessuali travestiti. La cultura degli eunuchi in India ha origini antiche. Benedetti dal dio Ram, secondo la mitologia indiana, a lungo sono rimasti ai margini della società, costretti a mendicare per vivere. Guadagnano partecipando ai matrimoni e presentandosi nelle case dove sono appena nati dei bambini, perché la loro presenza è considerata di buon auspicio.
In generale, anche se nei nuovi ricchi le cose stanno cambiando, gli Indiani ammirano la vita semplice e la purezza dell’anima e non si credono necessariamente che gli status symbol siano importanti. Questo spiega, almeno in parte, perché la sporcizia e il martellamento dei sensi da parte di suoni, colori, odori e vedute, una vera ‘cacofonia sensoriale’, non disturbino gli Indiani, e spiega anche perché accettano la manifestazione della miseria estrema nelle strade, a differenza degli occidentali che trovano questo fenomeno sconvolgente. Gli Indiani sono orgogliosi del loro paese che siano indù, musulmani, cristiani, jaina o buddhisti. La privacy non è importante, essendo l’India una civiltà collettivista. Gli Indiani sono amichevoli, educati e molto interessati agli stranieri, soprattutto gli Inglesi, per il ricordo del Raj che suscita tuttora rispetto e assenza di rancore. Molte cose dell’India moderna sono state modellate secondo il criterio britannico. Gli Indiani sono molto curiosi e fanno mille domande anche molto personali che noi non chiederemmo mai come il salario, il tipo di casa dove viviamo, quanto paghiamo d’affitto o per quanti soldi l’abbiamo comperata e così via. È vero che gli Indiani sono amichevoli e affabili, ma se dai un dito ti chiedono il braccio. Comunque per gli Indiani è molto importante sentire che si rispetta la loro cultura, e i visitatori devono stare attenti a non metterli in imbarazzo facendoli oggetto di critiche personali.
È veramente un paese unico. Parliamo di una cosa molto interesse riguardante le donne, spesso considerate di serie b nelle comunità indiane. Dalla fine degli anni Ottanta ad oggi, il manuale di educazione sessuale 'Conosci il tuo corpo' ha superato settanta milioni di copie nei piccoli villaggi dell'India. Nel 1987, in arrivo da vari villaggi del Rajasthan, settantacinque donne a Delhi bussarono alla porta della casa editrice Kali for Women. Grazie al Women Development Program del governo, avevano frequentato workshop sulla salute e sul corpo delle donne dall’infanzia alla vecchiaia. Di lì, il loro entusiasmo aveva dato vita a un libro illustrato, intitolato Conosci il tuo corpo. Un excursus sulla vita delle donne attraverso le tappe più significative della vita biologica: la scoperta dei propri genitali, la comparsa delle prime mestruazioni, l’adolescenza e l’insorgere del desiderio, il matrimonio e la scoperta della sessualità, la gravidanza, il parto, la menopausa. Scrissero tutto il libro a mano, disegnando tutti i cambiamenti sul corpo nudo di una donna e di un uomo a fumetti. Distribuirono il libro nei villaggi per “testarlo”. La reazione fu durissima: fu giudicato spazzatura, perché non era accettabile vedere la nudità. Il gruppetto discusse a lungo su come ovviare a questa resistenza culturale, e trovò una splendida soluzione: la donna fu disegnata completamente vestita, con la gonna lunga tradizionale, la casacca, la testa coperta. Ma aprendo piccole finestrelle di carta, si vedeva la vagina, l’apparato riproduttore, il seno. Stessa cosa per l’uomo: una finestrella nel dothi, i pantaloni lenti che usava Gandhi, e si vedeva il pene e la costituzione degli organi genitali maschili.Le settantacinque signore avevano sentito dire che esisteva una casa editrice femminista dal nome evocativo di Kali for Women, e che Urvashi Butalia ne era stata la fondatrice tre anni prima. Kali nel pantheon indiano è una divinità potente, vincente, che distrugge l’ignoranza, ma anche terrificante, vendicativa se serve. Quelle donne avevano un bisogno, da affermare con urgenza: dare alle loro figlie femmine soprattutto (in seconda battuta ai figli maschi) un vademecum che le informasse sull’universo tabù della sessualità, velato da una cortina di ferro di pregiudizi tradizionali, ignoranza atavica, maschilismo radicato. Un vero e proprio manuale di educazione sessuale. Illustrato a mano, perché non vi fosse alcun fraintendimento. E in hindi, ovviamente, perché nessuna di loro parlava l’inglese.

venerdì 19 febbraio 2010

GIAPPONE: TRA TRADIZIONE E MODERNITA'

Prima di natale avevo promesso che avrei parlato ancora del Giappone dopo le festività di fine anno, al mio ritorno dall’India. Ma non l’ho fatto. L’India mi prende così nel profondo che i primi tre racconti di quest’anno parlano dell’India! Il Giappone mi ha colpito molto per vari motivi, come descritto sull’ultimo racconto del 2009. Le tradizioni sono ancora fortemente ancorate nell’animo dei giapponesi e questo colpisce particolarmente in un paese ultra-moderno e altamente tecnologico. I giardini giapponesi sono oasi di pace e bellezza. Il culto della natura non ha uguali. I giardini zen, per esempio, sono semplici ma nello stesso complicati. È il lavoro dell’uomo, le pietre e poi la ghiaia, le piante, le fontane, gli aceri: tutti questi elementi hanno un preciso significato. Personalmente, li vedo sotto il profilo prettamente materiale, anche se lo zen è meditazione. I padiglioni di legno che si affacciano su questi giardini sono fatti appunto per la meditazione ma personalmente guardo la cosa con un’altra ottica. Kyoto, la Firenze del Giappone, è ricca di giardini e templi. Kyoto è circondata da tre lati da verdi colline, una specie di ferro di cavallo, dove si trovano i templi e giardini zen. Sono tantissimi. La parte vecchia di Kyoto, vicino al fiumicciatolo che attraversa la città, è affascinante per i suoi negozi, ognuno specializzato in un solo prodotto: ad esempio il negozio di vecchi kimono, il negozio di utensili di peltro, di noodles di grano saraceno (soba), di tè e porcellane da tè, il negozio di ceramica, di lanterne, di ombrelli, il negozio di pettini, di bambole d’argilla, di tofu, di farina glutinata, il negozio di ventagli e il negozio di carta e così via. Sono negozi di grande interesse. Io che ‘odio’ guardare negozi e vedere mercati spenderei tutta la giornata a visitare questi negozietti specializzati. Poi ci sono tanti piccoli ristoranti in cui bisogna prenotare un bel po’ in anticipo perché accolgono pochi clienti. È tutto servito con molta delicatezza e ‘savoir-faire’ ma la scomodità, almeno per me, di sedersi in terra su un pavimento di legno su cui sono messi dei cuscini e il classico tavolo basso alla giapponese, è grande. Tra l’altro ci si tolgono le scarpe all’ingresso (giustamente). Lo trovo di una scomodità infinita ma l’esperienza è da fare. Le pietanze possono apparire eccessivamente misere, ma in Giappone si valorizzano con eleganza e raffinatezza anche pochi semplici ingredienti. Poi ho dimenticato gli ohashi, ovvero i bastoncini che si usano al posto delle posate. Mamma mia che fatica! Ma anche se alla fine del pasto è difficile alzarsi in piedi da seduto a stante, almeno per noi, la soddisfazione di avercela fatta è grande. In Giappone ci sono molte regole di etichetta su come comportarsi a tavola, ma questo ve lo risparmio. Dico soltanto una cosa: per mangiare i noodles non si deve essere inibiti. Si dovrebbero gustare bollenti direttamente dal brodo e quindi risucchiati rapidamente aspirando contemporaneamente aria per raffreddarli. Potete immaginare il forte rumore ma gradito dai locali perché significa che la pietanza è molto gustosa. Un’altra cosa che mi è rimasto impressa del Giappone sono le stazioni ferroviarie, che sono dei veri e propri punti d’incontro. Sì è vero! “Facciamo una passeggiata?” “Dove andiamo?” “Andiamo alla stazione”. Anch’io sono andato alla stazione diverse volte. Ci sono tantissimi bar, ristoranti, negozi, magazzini e addirittura un teatro. La stazione di Kyoto poi è spaziale e ultra-moderna. Sono salito fino al punto di osservazione all’undicesimo piano, da cui si gode una vista della città, fantastico! Un’altra stazione dove ho bazzicato un bel po’ è la stazione di Shinagawa (non è la stazione centrale ma è una delle principali). Infatti, la stazione di Shinagawa si affaccia sul mare dove ci sono strutture portuali mercantili e nei dintorni si possono vedere importanti grattacieli, sedi di aziende che operano in campo tecnologico. Il momento più ‘suggestivo’ in cui andare è l’ora di punta (the rush hour); arrivano migliaia di pendolari, per la maggior parte impiegati, quasi tutti uomini. Sono vestiti tutti uguale: con il vestito intero scuro e la cravatta. Arrivano dai binari come uno scudo umano. Ma non c’è confusione, non ti travolgono, tutto si svolge ordinatamente. Anche la zona di Shinagawa è interessante da visitare: passeggiate lungo il mare con percorsi attraverso giardini e ponti in un ambiente di ultra-modernità. Ma naturalmente il Giappone non è solo modernità , è anche - e soprattutto - antichità. Ma di questo parleremo, caso mai, un’altra volta.

lunedì 8 febbraio 2010

KARNATAKA, INDIA, TRA TEMPLI HOYSALA E PALME DI COCCO

Proseguendo con l’itinerario che ho fatto recentemente da Hyderabad a Bangalore vorrei segnalare i lavori meravigliosi della dinastia Hoysala nello stato indiano meridionale di Karnataka, tra il X e il XIV sec. La capitale dell'impero fu prima a Belur poi a Halebid. Una caratteristica dell’architettura dei templi Hoysala è la sua squisita attenzione ai particolari e la maestria qualificata delle sculture. La torre nel tempio santuario (vimana) è letteralmente ricoperta di intricati intagli ed elaborati ornamenti e dettagli. La pianta stessa dei templi è costruita in forma di stella e installata su delle alte piattaforme. Chi ha fatto questo bellissimo viaggio con me recentemente ricorderà la dinastia dei Chalukya (Pattadakal, Aihole): ne abbiamo fatto una scorpacciata, quasi un’indigestione! Lo stile dei templi Hoysala è una derivazione dello stile Chalukya occidentale. Lo stile Hoysala, che si chiama Karnata Dravida (distinte influenze dravidiche, templi stile del sud), è considerata una tradizione architettonica particolare con caratteristiche uniche. La scultura è appunto ricchissima; ogni centimetro è scolpito con precisa delicatezza anche se a volte può apparire pesante per la moltitudine infinita di soggetti raffigurati. Oltre alle divinità, le sculture si concentrano sulla raffigurazione della bellezza femminile e della sua grazia, ognuna fissata in una diversa posa. Alla base del tempio si trovano stupendi fregi scolpiti minuziosamente che mostrano elefanti, leoni, motivi floreali, animali mitologici e cavalieri. Questo è molto evidente a Halebid, uno dei capolavori dell’arte Hoysala. Nelle vicinanze di Belur, dove si trova un altro bellissimo tempio Hoysala, s’incontrano i ghat occidentali, catena montagnosa che forma una barriera tra la costa occidentale e l’India interna. Alla base dei ghat i paesaggi sono idilliaci: palme di cocco, palme di betel, piantagioni di caffè, risaie ecc. e tanti corsi d’acqua, laghi e laghetti. È incredibile l’albero della noce di cocco, così elegante e slanciato. Il fusto è colonnare e appunto slanciato, più stretto alla sommità che alla base e le foglie sono paripennate, fronde che danzano al vento. È incredibile quanto ‘benessere’ dà la palma di noce alle popolazioni locali: dalla copra (la polpa essiccata del cocco) si produce margarina di cocco, un olio vegetale utilizzato in pasticceria o per la fabbricazione di sapone e colla. Sempre dalla copra si ricava una farina utilizzata a fini alimentari. Poi ci sono le fibre coir che si trovano tra la buccia e il guscio esterno della noce del cocco per fare tappeti, zerbini e cordami. E che dire delle fronde che vengono usate per fabbricare stuoie e coperture per le capanne? Ma non è finita, si ricava dall’albero il vino di palma, l’aceto di palma, lo zucchero di palma e la grappa di palma oltre al legno di cocco per mobili, abitazioni e manici. Veramente dovrei parlare di viaggi, ma credetemi, la palma di cocco mi intriga moltissimo. Vedere centinaia e migliaia di queste eleganti palme nelle campagne dell’India del sud riempie di gioia e serenità. Il Karnataka meridionale è molto simile allo stato sud-occidentale del Kerala. Il Karnataka meridionale è’ molto diverso dalla parte nord, l’infuocata tavolata del Deccan. Al sud, grazie alla rigogliosa vegetazione e all’agricoltura dovuta alle copiose piogge durante il monsone, il paesaggio è ridente e ameno. Le case sono costruite bene e si respira una certa aria di benessere. Al nord invece è più secca e polverosa. È vero che ci sono tanti chilometri quadrati dove viene coltivata la canna da zucchero, ma basta uscire dalle zone irrigate per trovare zone arse dalla secchezza e territori coperti di rovi a causa della base rocciosa basaltica. Gulbarga e Bijapur sono due città del nord Karnataka di grande interesse (i monumenti delle dinastie islamiche sono strepitosi) ma polverosi e disordinati. Gli alberghi stessi sono fatiscenti anche se hanno pochi anni o addirittura pochi mesi di vita. Quello che colpisce in India è la campagna, le zone rurali, la gente contadina, i percorsi alternativi. Vorrei citare, per finire questo breve racconto, alcune osservazioni di Pier Paolo Pasolini dal libro ‘L’odore dell’India’. Anche se la descrizione non si riferisce allo stato di Karnataka è certamente emblematica.

I gridi delle cornacchie ci seguono, più o meno fitti e disordinati, per tutta l'India. È una iterazione significativa: pare che dicano: siamo sempre qui, perché l'India è sempre così. A parte la follia che domina quel breve rutto, insolente, idiota e sfacciato: quell'aria di chi non rispetta nulla, gratuitamente sacrilega. Con quel persistente verso negli orecchi, vediamo il paesaggio lentamente cangiare, come una sconfinata schiena emergente dalla polvere. Ma un cambiamento vero non avviene mai. In realtà esso resta uguale per centinaia di chilometri, da Bombay a Calcutta. La strada, stretta, circondata da due piste di terra rossiccia, e da una interminabile, stupenda galleria di banani o di altre piante simili ai nostri castagni, si snoda all'infinito attraverso due quinte sempre uguali: o distese incolte, bruciacchiate, con dei cespugli da bosco ceduo, o distese di terreno confusamente coltivato, con le chiazze color canarino, abbagliante, del miglio.



venerdì 29 gennaio 2010

INDIA: ARTE DEL TEMPIO

Uno dei viaggi più belli che si possono fare in India è il viaggio intitolato ‘Arte del Tempio’ che si svolge da Calcutta a Bombay o viceversa seguendo una specie di semi-luna. Il viaggio è complesso e le tappe sono tante, ma è superlativo. Vorrei parlare di alcuni episodi del viaggio.

Varanasi o Benares o Kashi sul fiume Gange è dove ogni Induista desidera che vengano sparse le proprie ceneri. Le pire per la cremazione ardono 24 ore su 24. Ogni sera, al tramonto, i brahmini danzano tenendo in mano delle sculture di luce, mentre le centinaia di persone che assistono, da terra e dal fiume, affidano alla "madre Ganga" delle fiammelle che rappresentano i propri sogni. Dopo un percorso in risciò attraverso le affollatissime strade di Benares si arriva sui ‘ghats’, delle rampe di scale di pietra che terminano all'interno dell'acqua del fiume. Si prende il battello. Dal fiume si gode una fantastica vista degli edifici imponenti che sovrastano il fiume inerpicati sopra i ‘ghats’; ci sono persone che si lavano, altre che fanno il bagno, una folla che esegue le abluzioni rituali, c’è chi è caduto in trance seduto su un muretto, ci sono i lava-panni che li sbattono sulle scale o su una roccia che affiora dal fiume e naturalmente ci sono le pire (cremation grounds). Ritornati sulla terraferma, è un’esperienza incredibile fare una passeggiata attraverso i vicoli di Benares, strettissimi. La folla è formata sia da uomini e donne che da vacche. Di grande interesse è visitare una casa caratteristica proprio nel centro storico dove il padrone prepara essenze e profumi; tre mucche lamentose si trovano al centro del cortile perché hanno fame.

Nelle vicinanze di Varanasi si trova il sito importantissimo di Sarnath che costituisce uno dei quattro centri sacri del buddhismo. Nel parco delle gazzelle di Sarnath, il Buddha tenne il suo primo sermone, la ‘messa in moto della ruota della legge’. Si trovano resti di monasteri e stupa. Il museo è strepitoso: custodisce dei pezzi straordinari.

Si può arrivare fino al villaggio medievale di Orccha, dopo aver percorso da Varanasi diverse contrade. Siamo partiti da Khajuraho in pullman. Dovevamo partire alle 7:30 ma il corrispondente locale ha insistito per farci partire presto per via della festa chiamata “Holi”. Secondo loro c’era la possibilità di essere fermati e trattenuti lungo il percorso nei villaggi. Il perché lo capirete leggendo sotto. Holi è il festival dei colori, uno dei momenti più attesi dell’anno. Si celebra tra la fine del mese di febbraio e l’inizio di marzo, nel primo plenilunio che per il calendario indiano segna il passaggio dall’inverno alla primavera. È una festa collettiva che coinvolge tutta la popolazione, e la cosa che diverte più la gente è spruzzarsi reciprocamente con acqua mista a polveri di diversi colori. Portano a bruciare il pupazzo snodato del demone Holika. ll demone Holika imprigiona durante l’inverno la natura e gli uomini in una gelida stasi, frena l’anelito dei semi alla vita, gli slanci d’amore, tarpa le ali agli uccelli. Soltanto quando il suo malefico simulacro sarà ridotto in cenere, il cupo inverno avrà ceduto il passo alla radiosa primavera. L’origine dell'Holi festival si perde in diverse leggende della mitologia indiana (simile a Tammuz, la divinità mesopotamica Dumuzi, il cui culto si diffuse in tutto l'oriente mediterraneo, inclusa la Grecia, ove prese il nome di Adone, paredro della dea della fertilità Astarte, la cui morte e risurrezione rappresentava il periodico rigenerarsi della vegetazione a primavera). Comunque anziché partire alle 7:30 partiamo alle 5. Percorriamo dei bei paesaggi e vediamo l’alba, le donne che si recano alla fonte o che rientrano dalla fonte con vasi d’acqua sulla testa. Arriviamo presto ad Orccha, circa 4 ore dopo, senza intoppo e senza essere spruzzati con quella malefica sostanza. Orccha fu la capitale dei re Bundela fondata nel 1531. Iniziamo subito le visite, prima tappa: i 14 chhatri (cenotafi) dei governatori, proprio di fianco all’albergo e poi il fiume Betwa. Visitiamo il tempio di Chaturbhuj dedicato a Vishnu. Sembra di entrare in una moschea: ha sale immense. Impressionante la guglia svettante. Dopo pranzo riprendiamo il pullman per raggiungere il tempio di Lakshmi Narayan, noto per le sue pitture con scene religiose e civili. In seguito visitiamo i due palazzi sull’isolotto circondato dal fiume Betwa, Rajah Mahal e Jahangiri Mahal, eccellente esempio di architettura rajput Bundela costruito in onore dell’imperatore moghul Jahangir. Il palazzo squadrato in arenaria rossa è molto elegante. Bellissima la porta d’ingresso (dietro rispetto all’ingresso attuale) affiancata da elefanti di pietra.

Proseguiamo il viaggio. Da Bhopal, dopo avere fatto diverse visite, prendiamo il treno per Jalgaon, un percorso di circa 7 ore. Quando siamo ancora in albergo ci informano che il treno è in ritardo di un’ora. Decidiamo di fare una conferenza sul tema ‘Buddhismo’. Dopo partiamo per la stazione. Appena arrivati siamo informati che il treno ha due ore di ritardo. Ci spostiamo dal pullman in una confortevole sala d’attesa a parte qualche topo che gironzola attorno. Dopo un’ora ci rechiamo sul binario ma appena arriviamo annunciano un ulteriore ritardo di 3 ore. Rientriamo nella sala d’attesa. Michael, che sta raccontando, vede arrivare la Kushinagar Express (il nostro treno!) e corre e fa correre tutti i membri del gruppo solo per scoprire che va…nell’altra direzione! A questo punto rimaniamo sul binario e finalmente arriva il treno, lunghissimo, di 24 carrozze, stipatissimo. Con l’aiuto dei facchini carichiamo le valige sul treno, appena l’ultima valigia è caricata, si parte. Quando il semaforo è verde, il treno parte comunque, non importa se non hai ancora caricato le valigie o non sei ancora salito. Il treno viaggia con quasi 4 ore di ritardo e partiamo alle 15:45. Da Bhopal a Itarsi il treno procede così lentamente che ci domandiamo se arriveremo mai a Jalgaon, ma da Itarsi comincia a viaggiare come dio comanda. Arriviamo alla stazione di Jalgaon prima delle ore 23. L’albergo di Jalgaon è modesto, qualche bagno alla turca, ma abbordabile per una notte. Comunque non rimaniamo molto tempo: l’indomani subito al mattino partiamo per le stupende grotte di Ajanta.

mercoledì 20 gennaio 2010

ANDHRA PRADESH

Sono appena tornato dall’India e sono molto felice. L’India per me è una medicina, mi fa bene e mi dà energia. Ho fatto un viaggio rurale nello stato indiano del Karnataka, ma la prima tappa era Hyderabad, capitale dell’Andhra Pradesh. Sto parlando in prima persona ma in realtà stavo accompagnando un nostro gruppo. Siamo arrivati al momento sbagliato, non per il clima, ma per le grosse manifestazioni per indurre il governo centrale a creare due stati da uno. Il Telangana sarebbe il 29° Stato dell’Unione Indiana. Il governo centrale a Delhi, dopo cinquanta anni di rivendicazioni, sembra essere d’accordo. Telangana è la regione attorno all’attuale capitale dello stato dell’Andhra Pradesh comprendente 10 dei 23 distretti. Storicamente e culturalmente è sempre stata separata dai distretti costieri benché abbiano la stessa lingua, il telugu. Telangana apparteneva al regno musulmano del Nizam, mentre i distretti dell’Andhra erano amministrati direttamente dall’Impero britannico. Questi ultimi hanno quindi potuto usufruire di una migliore educazione occidentale e di uno sviluppo moderno. Dopo che il regno del Nizam, che voleva rimanere indipendente, è stato invaso ed annesso dall’esercito indiano nel 1948, è stato creato uno stato separato di Hyderabad. Ma nel 1956 i confini degli stati indiani sono stati ridisegnati in base a un criterio linguistico. La parte dello stato di Hyderabad che parlava marati venne annessa al Maharashtra; un’altra parte al Karnataka. La parte che parlava telugu, o Telangana, è venuto a formare lo Stato dell’Andhra Pradesh assieme ai distretti costieri staccati da Madras. Il movimento per un Telangana è andato intensificandosi nel 1969. All’inizio era un movimento studentesco la cui base si trovava nell’università Osmania; nel 1969 è divenuto un movimento popolare. In quell’anno più di 350 studenti sono stati uccisi dalla polizia. Ma colui che ha iniziato il movimento popolare al grido di “Jay Telangana”, Marri Channa Reddy, è riuscito a incorporare nel partito Congress il suo Telangana Praja Smithi Party. Indira Gandhi lo fece allora primo ministro dello Stato. Nelle scorse settimane Hyderabad e molte città del Telangana, Nalgonda, Karimnagar, sono rimaste paralizzate dalle agitazioni. In passato molti giovani si sono immolati per la causa. Per esempio un certo KC Rao ha iniziato un digiuno che vuole proseguire fino alla morte. Soffrendo anche di diabete era in fin di vita. Non so se è morto o si è ripreso. Rimangono comunque ancora molte difficoltà da risolvere. La regione ha 119 posti sui 294 dell’assemblea. Essa è la più povera e la meno sviluppata, ma nel suo territorio comprende la capitale Hyderabad, che quelli dell’Andhra non vogliono abbandonare. Concedendo l’autonomia al Telangana il governo centrale sta aprendo un vaso di Pandora: molte altre regioni, in altri Stati vorrebbero avere la stessa autonomia e i politicanti sono sempre pronti a battersi per una poltrona in più.

Siamo rimasti in Andhra pochi giorni ma le difficoltà sono state tante. Siamo andati a vedere due bellissimi templi Kakitiya, che si trovano a più di cento chilometri dalla capitale. Lungo il percorso abbiamo trovato tantissimi blocchi stradali. Studenti di tutte le età, anche molto giovani, erano seduti sulla strada e impedivano il passaggio. In alcuni casi, i ragazzi delle scuole superiori e gli studenti universitari accendevano dei falò sulla strada e inneggiavano in coro “Jay Telangana”, una specie di long-live Telangana. Nonostante le continue interruzioni, siamo riusciti ad arrivare al bellissimo tempio di Ramappa della dinastia dei Kakatiya (indu shivaita) che tra il 1083 e il 1323 d.C. regnò nell’area dell’attuale Andhra Pradesh, uno dei regni Telugu più grandi che appunto durò per secoli. È proprio questa zona lo zoccolo duro di Telangana. Abbiamo saltato il pranzo e mangiato banane e patatine pur di seguire il programma. Siamo riusciti anche a vedere il tempio di Warangal, anche se stava diventando buio. Questo tempio è un bell’esemplare di architettura e scultura Kakatiya. È stato costruito da Rudra Deva nel 1163 d.C. in stile Chalukya, a forma di stella con tre santuari dedicati a Shiva, Vishnu e Surya. Come il tempio di Ramappa, Warangal è eccezionale per i suoi pilastri riccamente scolpiti e la scultura. Il basalto nero Nandi, un monolito, ha una bella finitura lucida.